La Spiaggia di San Montano

I genitori ci proibivano di andare alla spiaggia di San Montano che si trovava abbastanza isolata dal centro di Lacco Ameno. Dicevano che era pericoloso perché c’erano i mulinelli nel mare. Ogni tanto qualche genitore alla presenza dei ragazzi diceva che c’era stata la morte di un turista che, inconsapevole dell’esistenza dei mulinelli, era stato letteralmente risucchiato dal vortice d’acqua. La notizia terrorizzava noi bambini così stavamo alla larga da San Montano. Negli anni questa credenza andò lentamente a scomparire perché noi crescevamo e la voglia di esplorare nuovi luoghi e fare nuove esperienze aumentava sovrapponendosi alle false dicerie degli anziani che parlavano di luogo della perdizione. L’adolescenza incominciava a sbocciare prepotentemente con la tempesta di ormoni che si portava dietro. Ben presto la baia era il posto dove ogni giorno noi ragazzi di Lacco passavamo gran parte della giornata. Durante il periodo estivo, infatti, la spiaggia era frequentata da attori, attrici e turisti che amavano la natura. Era molto facile vedere queste ragazze bellissime con corpi perfetti esibirsi in costumi da bagno molto provocanti per l’epoca. Questo mondo dorato del Jet Set si dava appuntamento al ristorante o sui yacht ancorati nella splendida baia. In quegli anni il parco termale Negombo non esisteva ancora. Luchino Visconti aveva comperato da qualche anno la Villa “Colombaia” che si trova a confine con la tenuta della Mezzatorre del Barone Fassini, nella località Zaro. Si sapeva che il regista con la sua numerosa corte di attori e attrici di fama internazionale prendevano il sole e si bagnavano in tutta libertà sugli scogli antistanti la proprietà. Un giorno con altri miei coetanei decidemmo di prendere un pattino e recarci dove l’allegra comitiva era presente. Capitava che qualche signora divertita dalla nostra curiosità facesse scivolare inavvertitamente l’accappatoio che avvolgeva il bellissimo corpo. Allora l’eccitazione toccava l’apice. Attratti dallo spettacolo inedito, il pomeriggio del giorno dopo, tornammo più numerosi con due pattini sotto la scogliera. Giunti sul posto, due uomini abilissimi nuotatori, come pescecani, ci raggiunsero e con accento straniero ci invitarono a raggiugerli all’asciutto. Istantaneamente girammo i pattini e in brevissimo tempo ci dileguammo.
San Montano offriva, inoltre, sempre qualcosa di nuovo al tipo di pubblico che la frequentava. La particolarità della baia, con il suo fondale basso, attirava tutta la gioventù del paese. Si passava ore a giocare a palla a mano e correre nell’acqua trasparente. Con una rudimentale maschera che un mio zio mi aveva regalato, andavo in giro alla ricerca di qualche polpo. Il divertimento più grande era quando c’era il mare mosso perché, grazie al fondale basso, le onde si schiacciavano lontano dalla riva e ti lasciavi trasportare fino a terra. Proprio in questo gioco con le onde incontrai Karen, ragazza più o meno della mia età, che coi genitori alloggiava al Regina Isabella. Era americana e parlava inglese, aveva una sorella gemella di nome Gillian. Io non capivo niente della loro lingua e loro nemmeno una parola di italiano ma ci divertivamo come matti fra le onde e incominciammo così l’esplorazione dei nostri corpi, sfregandoci casualmente nel mare. Karen era bellissima: con occhi azzurri e capelli chiari e lunghi, sembrava una sirena, era abilissima nel nuoto, il suo corpo stava iniziando a trasformarsi. Il suo giovane seno era già pronunciato e nei giorni seguenti ci scambiammo qualche tenerezza nella cabina che loro avevano in fitto presso il complesso balneare della baia mentre dal juke-box si espandevano le note del “Cielo in una stanza” cantata da Mina. Una mattina improvvisamente la nostra esplorazione fu interrotta dall’incavolatissimo genitore. Il giorno dopo partirono per fine soggiorno e mi restò il ricordo di Karen ogni volta che sentivo Mina cantare la nostra canzone.
La fortuna aiuta gli audaci.
Era il 1967, finalmente arrivò il sospirato contratto di sei mesi che mi dava la possibilità di seguire un corso di lingua inglese e un’occupazione al Bill Office nel tempio più prestigioso dell’ospitalità alberghiera d’Europa: The Savoy Hotel di Londra. Erano passati magicamente 5 mesi e il mio inglese cominciava a prendere forma e io stesso iniziavo a pensare in inglese. Una mattina, dopo il mio turno, uscendo dall’ascensore vidi una bellissima signora vestita elegantemente che stava per uscire dal press-office dell’albergo di fronte all’ascensore. Ci guardammo distrattamente ma restammo immobili, fu un tutt’uno: lei a pronunciare Peee ppi nooo! e io Karin! La sua famiglia era socia di una prestigiosa casa editrice americana e si trovava a Londra per presentare un libro di uno scrittore famoso in una delle sale dell’albergo. Mi disse che lei conosceva i maggiori soci della compagnia ed era di casa al Savoy dove pernottava ogni qualvolta era di passaggio a Londra. Passammo una serata indimenticabile insieme. Restai nella “swinging London” per oltre un anno e mezzo, grazie al mare mosso della Baia di San Montano.

O Pignatiello

Ero ragazzino ma ricordo molto bene l’euforia che si viveva d’estate: era un pullulare di night club e dancing. In tutta Italia questi locali erano pochissimi e, per questo, molto rinomati. A Ischia ce n’erano molti ed era un fermento inarrestabile. C’erano i giovanissimi Carosone e Gegè di Giacomo, Peppino di Capri non ancora famoso, Mina, Lucio Battisti e tanti altri. A quell’epoca fra i più famosi e già affermati c’erano Carla Boni e Gino Latilla, che si fecero costruire una casa a Lacco Ameno. Ugo Calise, Fausto Cigliano ospiti fissi al Ristorante Dancing Marietta con la dolce proprietaria in cucina e l’anfitrione figlio Michele che animava il locale. Carla Boni era la cantante del momento e si esibiva in questo dancing. Il pubblico festante e vacanziero arrivava da tutta l’isola. Ogni anno veniva eletta Miss Ondina in questo locale e allora c’era una lotta fra le gambe più belle e seni più esuberanti. Ogni gruppo di partecipanti aveva una sua concorrente nella comitiva ed erano cori di applausi e fischi per le gareggianti, qualcuna delle quali trovò spazio nel mondo della moda. Un pubblico numerosissimo, composto da persone del posto e villeggianti, seguiva le serate dalla spiaggia adiacente. In effetti erano questi la vera giuria della serata. Questo pubblico si spostava da un punto all’altro dell’isola fra le numerose manifestazioni d’importanza nazionale. E’ da considerare che, a quell’epoca, di cantanti famosi li potevi contare sulla punta della dita e ogni settimana da “Marietta” c’era qualcuna di queste attrazioni. L’isola era proprio come si suol dire “un’isola felice”: era un vero set cinematografico all’aperto. La sera avevi solo l’imbarazzo della scelta, ma i posti più esclusivi si trovavano a Ischia Porto e Lacco Ameno. I veri mattatori delle serate lacchesi erano Fausto Cigliano e Ugo Calise che con le loro voci calde e melodiose si accompagnavano con la chitarra. Anche il pubblico rimasto fuori godeva delle loro voci ballando nella strada ampliando così l’atmosfera festante del locale.
In Europa un giovanissimo olandese che si era esibito con la chitarra elettrica nelle sale più importanti del mondo, dall’Olympia di Parigi alla Carnegie Hall di New York fu l’artefice del cambiamento usando effetti “eco”: Peter Van Wood.
In quell’euforia generale proprio Ischia tenne a battesimo in Italia la rivoluzione musicale del suono della chitarra, passando dalla tradizionale a quell’elettrica, sulla terrazza a mare dello Sporting di Lacco Ameno. Quella serata è rimasta impressa nella mia mente, incancellabile! Per settimane, l’evento fu pubblicizzato da tutti i mezzi di comunicazione di Rizzoli. Già dal primo pomeriggio con un malridotto canotto di uno dei miei amici ci piazzammo davanti allo specchio d’acqua antistante lo Sporting. Nel giro di poche ore lo spazio si riempì di motoscafi, gozzi, barche a motore con persone accorse da tutta l’isola. L’affluenza così numerosa era già di per sé un grande spettacolo. Sulle barche i convenuti avevano portato con sé tutto il meglio della cucina partenopea: dalle polpette di carne al gattò (gateau) di patate, dalla parmigiana alla pasta al forno. Per non parlare delle bevande: vino bianco, vino e percuochi, vino rosso, gassose, solo noi che per la fretta di prendere un posto in prima fila non c’eravamo preoccupati di portare qualcosa da mangiare. Mangiammo e bevemmo a sazietà. Nel nostro canotto arrivava ogni sorta di mangiare, da frittate a panzarotti, per non parlare delle squisite palle di riso e “saccapanna” fresca con gassosa. Col calare della sera il panorama circostante cambiò. Una luna anche lei curiosa dell’avvenimento regalò i colori più belli e vivi riflettendosi nel mare. La collinetta adiacente con gli immancabili ulivi era illuminata con luce avveniristica mettendo in risalto i vari strati di natura vulcanica delle pareti della collina adiacente. I clienti dell’albergo incominciavano a confluire ai tavoli con signore in abito lungo e scollati, avvolte in stole di ermellino bianco con al collo collier di perle e diademi grossi come gusci di noci. Lusso e profumi unici, sembrava una sfilata di moda più che un concerto. Mentre gli ospiti si accomodavano, il maître d’hôtel regalava una rosa rossa baccarat alle signore convenute. Un affascinante ed elegante pianista, dal collo lungo con i capelli raccolti da una corona, uscita da un quadro di Modigliani, suonava il piano magicamente facendo espandere le note del pianoforte. Quando gli ospiti furono sistemati ai posti sapientemente assegnati dal direttore di sala furono spente le luci ed apparve rischiarato da un riflettore, il chitarrista più conosciuto e richiesto del momento: Peter Van Wood con la famosa chitarra elettrica, proprio davanti al nostro canotto. Come incominciò a suonare il pubblico andò in delirio. Con l’esaltante ed esclusivo suono mai sentito prima la chitarra sembrava che parlasse e rispondesse alle invocazioni del suo interlocutore. Il nome del brano era “Butta la chiave” che dopo diventò popolarissimo e fu adottato anche dalla nota musica spaghetti western. Seguirono ancora altri brani molto conosciuti.
Ho avuto il piacere di conoscere questo interprete personalmente quando ero cassiere al night club “O Pignatiello”. In seguito Van Wood fece parte del complesso di Renato Carosone e si stabilì definitivamente in Italia, a Milano.

A Santa Rstituta e fave so arrennut…

A Santa Rstituta e fave so arrennut, quagli e turtur so furnut.
Con questo detto terminava la stagione della caccia e anche per noi ragazzi indicava la fine del periodo di cattura degli uccelletti con le trappole.
C’era una gara fra noi a chi prendeva più volatili. Da considerare che a quell’epoca la cacciagione era una necessità, non uno sport. In seguito, col benessere, si
sono diffuse alimentazioni alternative come quelle dei vegetariani, vegani ed altre.
Molto spesso noi ragazzi, in gruppo, andavamo a cercare le “vesacce” tipi di larve che abbondavano a Monte Vico, in località Arenella, per usarle come esche.
Capitava che le trappole le mettessimo sotto le mura del cimitero, lato Lacco Ameno. La strada in alcuni punti era stretta e pericolosa. Dovevamo quindi fare molta attenzione per non finire in uno strapiombo e trovarci nelle fredde acque del mare sottostante.
Durante la pausa, fra una “affacciata” (controllo) e l’altra alle trappole, andavamo alla ricerca di cocci di anfore e piatti di ceramica che portavamo a Don Pietro. Questi era il prete della Chiesa di Santa Restituta, appassionato di archeologia. Proprio in quel periodo stava scavando sotto il Santuario per portare alla luce reperti archeologici di grande importanza. Dagli scavi risultò che sotto la Chiesa c’erano i resti di una basilica paleocristiana.
Si sapeva che all’Arenella si potevano recuperare cocci antichi che non erano ancora catalogati. Ce n’erano parecchi e di differente grandezza, ma una sorpresa l’avemmo in una grotta.
In uno di questi anfratti, dove poi è stato costruito l’hotel extra lusso Royal Sporting, con nostra grande meraviglia vedemmo una massa nera simile a un rotolo di fune. Come ci avvicinammo, questa fune velocemente si allungò e andò ad attorcigliarsi intorno alle gambe di Franchino, salendo lungo il suo pantalone. Il nostro amico, preso da grande spavento, cominciò a gridare e saltare come un ossesso, cadde e si rotolò per terra. Dallo spavento scappammo tutti, vigliaccamente lasciammo Franchino per terra. Solo il più grande di noi, Michele, prese una canna e incominciò a sbatterla sulla testa del serpente che stava avvolto intorno alla gamba destra del nostro amico, i colpi inevitabilmente andavano sia sulla testa del serpente che sulla gamba di Franchino. Finalmente, dopo minuti interminabili, vedemmo il serpente giacere morto a terra. Ammirammo il coraggio di Michele da lontano. Quando il rettile cadde tramortito a terra ci avvicinammo di nuovo alla piccola grotta per aiutare Franchino ad alzarsi e rincuorarlo. Notammo allora che c’erano dei piccoli serpenti e delle uova in dei vasi di terracotta, altri serpentelli giacevano sotto a delle tegole. Spaventati da quell’incontro inaspettato scappammo via definitivamente col nostro amico claudicante. Qualche giorno dopo raccontammo a don Pietro di quell’avventura. Con alcuni suoi collaboratori si recò sul posto da noi indicato e recuperò vasi e cocci, dicendoci che erano antichissimi ed era una testimonianza ulteriore della civiltà greca sull’isola d’Ischia, complimentandosi con noi per la scoperta.

Winston Churchill

Il balcone di casa al “Capitello” offriva sempre nuove emozioni.
Quando il cielo era terso e chiaro vedevo il litorale di Baia Domizia con alle spalle l’Appennino che d’inverno aveva le cime innevate. I gabbiani, che non erano numerosi come adesso, intrecciavano giravolte nel cielo e con le loro grida festose aspettavano che i pescatori nel pulire le reti buttassero loro qualche testa di pesce impigliata nelle reti. Con gioia indescrivibile, si scorgeva, di tanto in tanto in lontananza, il passaggio dei delfini che sbucavano dall’acqua e con grossi salti si immergevano di nuovo. Sembrava di assistere a una gara di corsa

Continue reading “Winston Churchill”

La vista della casa al Capitello

Dalla casa al “Capitello” iniziò l’apertura alla vita nuova
Se prima dalla mia casa di Mezzavia vedevo il mare a tratti , la casa del Capitello era una poltrona in prima fila, direttamente sul mare. Gli antenati avevano scelto bene dove ubicare il palazzo. Avevo il controllo totale. Mi sedevo per terra, sul balcone di casa, con le gambe penzoloni fra le ringhiere e ammiravo la punta di Monte Vico da cui partiva un cavo che teneva ancorate le barche della 

Continue reading “La vista della casa al Capitello”

Don Luigi

Con la nomina a parroco della parrocchia Santa Maria delle Grazie del giovane prete don Luigi Calise Piro, noi ragazzi di Lacco Ameno (inizio anni ’50) fummo coinvolti in una nuova esperienza. D’estate Don Luigi organizzava una specie di colonia estiva e ci portava a fare le gare di corsa, di pomeriggio, nella strada della Mezza Torre che portava al castello omonimo di proprietà del Duca Fassino. Non c’era traffico e la strada era ben ombreggiata. Era molto bella quell’atmosfera

Continue reading “Don Luigi”

La casa a Mezzavia

Ogni anno, d’estate l’appartamento di via Roma, al Capitello, veniva fittato per il periodo estivo a villeggianti provenienti da Napoli. Già qualche settimana prima dell’arrivo degli ospiti veniva pulito e tinteggiato alla perfezione. Avevamo un’abitazione d’appoggio nel rione Mezzavia che occupavamo nel periodo estivo. Tutto sommato a me faceva piacere ritornare, provvisoriamente, a Mezzavia perché

Continue reading “La casa a Mezzavia”

ORRRIBILE !!!

Che personaggio, è stato uno dei primissimi ospiti di Lacco Ameno.
L’albergo Villa Svizzera prendeva il nome dalla nazionalità della proprietaria la cui famiglia aveva anche l’Hotel Suisse a Casamicciola. Gli ospiti per la maggior parte erano svizzeri e molto spesso quando uscivano dall’albergo noi bambini gli correvamo dietro gridando “hallo caramelle

Continue reading “ORRRIBILE !!!”

Fernanda

La Villa Svizzera, per noi del posto, era una realtà lontana, inavvicinabile. La sera, la villa era completamente illuminata dal parco ai saloni. Sembrava una nave da crociera. Negli anni 50 non tutte le case del paese erano fornite di corrente elettrica. La maggior parte degli abitanti, di sera, accendeva i lumi a olio la cui fiamma era regolabile ma sempre fioca.
Il personale dell’albergo, che noi conoscevamo molto bene, era di Lacco e Casamicciola. Quando erano all’interno dell’albergo

Continue reading “Fernanda”

La casa al Capitello

Era il mio primo periodo di permanenza alla nuova casa del “Capitello” palazzo De Siano, costruito dai miei antenati a fine ‘700.
Come gli altri ragazzi, miei coetanei, già in primavera, passavamo gran parte della giornata fra gli scogli e la spiaggia sotto casa mia di fronte al Fungo. A quell’epoca, inizi anni ‘50, il complesso degli alberghi del Comm. Angelo Rizzoli era in fase di realizzazione. L’unico albergo

Continue reading “La casa al Capitello”