La Rova

La Pasqua è sempre stata rappresentata in genere con gli alberi di pesco in fiore anche sui libri di scuola: rappresentava proprio un tuffo nella primavera. All’asilo, suor Gigliola ci faceva disegnare un uovo che riempiva tutto il foglio, al lato destro del foglio praticavamo due incisioni orizzontali e dentro ci mettevamo una striscia di carta un po’ più spessa con un fumaiolo disegnato sulla cima. Essa andava su e giù per il foglio, il tutto era coloratissimo.
Fin dai giorni precedenti la Pasqua andavamo nel bosco in cerca della “rova” (robbia) la cui radice serviva a tingere le uova di rosso. Ne trovavamo in grande quantità e qualche volta la vendevamo anche in piccoli mazzetti, col ricavato compravamo qualche uovo di cioccolato da “Mattia u tabaccar”. Le mie sorelle mettevano foglioline di prezzemolo o di trifoglio in un pezzo di calza di nylon che avvolgevano intorno all’uovo da cuocere per far diventare sodo, così, alla fine della cottura, tolto l’involucro, usciva la fogliolina desiderata impressa sul guscio dell’uovo. Erano dei piccoli capolavori, altre ragazze coprivano le uova con dei pezzetti di rete da pesca: la fantasia andava a ruota libera. Con la ricerca della “rova” iniziava la caccia al tipo d’uovo più adatto da “tozzare” per rompere più uova possibili. Si diceva che le uova delle galline di Gelormina fossero le più dure perciò mettevo in croce mia madre perchè andasse a rifornirsi dalla sua amica e scegliesse le uova più appuntite anzicchè quelle tondeggianti, ma quasi sempre in questo gioco avevo la peggio!
Finalmente, dopo aver assistito alla messa di mezzanotte col tipico suono della “troccola” all’inizio del Gloria della Veglia pasquale, si andava a letto aspettando con ansia il giorno della domenica di Pasqua. Al mattino seguente, intorno a mezzogiorno si assisteva alla “Corsa dell’Angelo” che aveva luogo nello spiazzo antistante la parrocchia, fra la chiesa e l’ingresso del palazzo dei Calise Piro, all’inizio di via C. Colombo.
Le statue coinvolte in questa manifestazione provenivano dalla chiesa dell’Assunta di Laccodisopra: la statua della Madonna coperta da un velo, la statua di San Giovanni, il Cristo Risorto e l’Angelo che è il protagonista della corsa.
La Madonna e San Giovanni sostavano davanti alla chiesa mentre il Cristo e l’Angelo venivano posti all’inizio di via C. Colombo
I fedeli affollavano le vie circostanti. Quando la corsa stava per iniziare tutti tacevano, il silenzio era tombale. Un canto possente che si elevava a gran voce, il “Regina Coeli”, cantato dai pescatori e dai contadini dava inizio alla manifestazione. L’Angelo compiva tre inchini davanti a Gesù e per tre volte correva ad annunciare alla Madonna la Resurrezione. Poi la statua della Vergine e di San Giovanni si recavano in processione verso il Cristo. Nell’avvicinarsi, fra gli applausi del pubblico e una pioggia di petali di fiori colorati lanciati da ragazze sui balconi, veniva fatto cadere il velo della Madonna con l’accompagnamento del suono festoso e incessante delle campane. Esse diffondevano la buona novella a tutta la comunità: E’ Pasqua, Cristo è risorto.
Questa manifestazione in effetti non durava a lungo ma i minuti erano intensi e ricchi di pathos. Oggi la cerimonia si svolge in piazza Santa Restituta ed è più scenografica.
Mentre si svolgeva la rappresentazione noi ragazzi eravamo intenti a “tozzare” con le uova. Se ne consumavano tantissime, chi riusciva vittorioso, il giorno dopo lunedì in albis, doveva scontrarsi con i Casamicciolesi. A seguito di un voto fatto a Santa Restituta dagli abitanti di Casamicciola e di tutta l’isola d’Ischia, in caso fossero stati risparmiati dalla peste, sarebbero venuti, a piedi, a Lacco Ameno il lunedì di Pasqua. Gli unici a mantenere viva la promessa furono gli abitanti di Casamicciola. La festa diventava ancora più importante perché molti di loro erano imparentati con gli abitanti di Lacco. Anche io avevo un sacco di cugini e parenti che rivedevo in quella ricorrenza. Che atmosfera! Si andava a mangiare in riva al mare sulla spiaggia di San Montano, oppure nei boschi di Zaro, dove incontravi altri nuclei familiari che tutti assieme erano venuti come si diceva “a mettere il culo all’erba”. In quell’occasione si mangiava salame e vari tipi di formaggi e le uova colorate reduci dalla battaglia del tozza-tozza. In tutte le comitive campeggiava il famoso “casatiello” che consisteva in una ciambella rotonda, farcita di formaggio piccante, pepe e salame e con sopra uova ingabbiate in strisce incrociate di pasta di pane. Non mancava la regina della festa: la pastiera di grano aromatizzata coi fiori d’arancio la quale si sposava perfettamente con tutti i profumi primaverili che ti circondavano!

La festa di San Giuseppe

La festa di San Giuseppe annunciava l’inizio della primavera e la fine del freddo. Le giornate iniziavano ad allungarsi e questo ti riempiva di buon umore. E poi…. era la ricorrenza del mio onomastico, all’epoca si festeggiava esclusivamente l’onomastico, mai il compleanno. La festa si svolgeva alla località Fango. Per raggiungerla, noi di Mezzavia dovevamo percorrere via Pannella costituita da lunghi gradoni. Si saliva in gruppo, durante quella giornata vi si andava anche due o tre volte. Il Fango era molto distante dal centro di Lacco e i ragazzi di questa contrada si distinguevano dagli altri del paese per i capelli cortissimi e ai piedi portavano zoccoloni con le “centrelle” per non scivolare. Molte famiglie offrivano ai visitatori pizze di maccheroni e zeppole di San Giuseppe piene di crema bianca e zucchero, forse era per questo motivo che ci arrampicavamo più volte al giorno lassù! Anche la chiesa di San Giuseppe era particolarmente bella nella sua semplicità, quasi spoglia a confronto con le altre di Lacco ma in compenso emanava un profumo molto intenso dato che era addobbata con fiori di fresia e viole a ciocche che nascevano spontanee nella campagna circostante. Questi olezzi rimangono impressi nella memoria per tutta la vita, difatti come arriva la primavera, ancora oggi, i muri di campagna sono coperti di questi fiori spontanei, il cui profumo ti riporta alla mente ai giorni felici dell’infanzia. Con la ricorrenza di San Giuseppe iniziava in paese un ciclo di feste e quasi la fine della Quaresima. All’inizio del periodo, il mercoledì delle ceneri, ogni famiglia metteva fuori al balcone o alla finestra un pupazzo di pezza rappresentante una vecchina brutta come la befana con una patata all’estremità in cui venivano sistemate delle penne di gallina, sette per la precisione. Ogni settimana ne veniva tolta una, fino all’ arrivo della Pasqua. Tutti i ragazzi facevano il giro del rione e cantavano la filastrocca di Quaresima dove era esposto il pupazzo di stoffa per avere in dono qualche fico secco o castagna “pest” (secca):

Quaraesema secca e longa
se mangiava e fiche long
l’ liciett dammene una
me chiavav nu cauce ‘n culo,
l’ liciett dammene nata
me chiavav ‘na zucculat.

Un anno durante la settimana di passione avvenne un fatto fuori dall’ordinario. In paese un comitato di donne aveva organizzato varie manifestazioni per rinnovare il manto della statua della Madonna Addolorata. L’associazione si era impegnato in lavori di rafia, di paglia, di uncinetto e altri lavori d’artigianato locale con cui allestivano una pesca di beneficenza, durante il periodo estivo, per raggiungere una somma necessaria atta a comprare un nuovo manto. Dopo anni di impegno, coi soldi raccolti, comprarono un sontuoso manto nero ricamato con fili d’oro. Lo sforzo e l’impegno profuso per raccogliere le offerte ne era valsa la pena perché l’abito era sfarzosamente ricco. Per farlo ammirare a tutti i fedeli, la Madonna, all’inizio della Settimana Santa, fu esposta su un piccolo ripiano in modo che ogni fedele potesse apprezzare il risultato del lavoro collettivo da vicino. Un pomeriggio successe un fatto eccezionale. Poco distante dalla chiesa la gente gridava al miracolo: la Madonna Addolorata era uscita dalla chiesa e camminava tutta sola per la strada principale del paese. La voce si sparse in un battibaleno per tutti i rioni di Lacco, dal Capitello all’Ortola, da Mezzavia a Laccodisopra: la Madonna sta camminando! Una gran folla incredula e sbalordita seguiva la Madonna. Il povero parroco che aveva appena portato l’estrema unzione a un moribondo, appresa la notizia, seguito da uno stuolo di chierichetti, si precipitò correndo verso la parrocchia, davanti alla chiesa trovò una gran folla che gridava al miracolo piangendo e pregando in ginocchio a gran voce. Il parroco senza perdersi d’animo si avvicinò alla statua alla cui estremità si intravedevano delle scarpette di colore marrone sporche e malandate. Allargato il mantello, scorse la figura di “Luciell a pazziarel” che ficcatasi sotto il busto della Madonna aveva deciso di portarla in giro per il paese, per una passeggiata con l’abito nuovo. (La statua dell’Addolorata si compone di un busto adagiato su strisce di legno a forma di “gabbia” o “girello”). Il botteghino del Lotto fu preso d’assalto per le giocate dell’avvenimento.

La sposa più bella d’America

Ogni anno puntuali, dopo la vendemmia, arrivavano le donne da Barano o da Buonopane con in testa enormi mazzi di paglia che le donne di Lacco avrebbero usato per ricavarne vari tipi di oggetti, rivenduti specialmente in costiera amalfitana o a Capri. Come arrivava il mese di ottobre le donne scendevano a piedi attraverso dei sentieri dall’Epomeo fino al Maio, Sentinella, Fango per raggiungere i vari rioni di Mezzavia o rione Ortola con ai piedi scarpe rotte avvolte in sacchi di yuta o pelli di coniglio. Oltre a vendere la paglia vendevano conigli, polli e verdure. Il lavoro della paglia aiutava le donne di Lacco a far quadrare lo scarno bilancio familiare, anche le ragazze giovanissime erano impegnate in questo tipo di occupazione. La paglia veniva prima pulita (annettata) in fili che raggiungevano un metro circa di lunghezza, raggruppati poi in mazzi legati con gli stessi fili. Venivano sistemati sulla parete dei “cufnaturi” (vasi di coccio); quando il vaso era pieno si accendeva una manciata di zolfo all’interno, si copriva il tutto con un panno leggero e dopo mezz’ora la paglia era sbiancata e pronta. A questo punto essa veniva bagnata per renderla più flessibile e le abili mani delle donne la trasformavano in cordoni di varie forme, a treccia o rotondi, con cui si facevano cestini, cappelli, ventagli, borse. Specialmente d’inverno, quando il tempo era rigido e la campagna riposava assieme al vino nelle cantine e il mare era mosso e non permetteva ai pescatori di uscire per la pesca, si viveva dei proventi di questi lavori. Anche le barche della “Tonnara” erano tirate a secco e venivano fatti i lavori di riparazione alle reti e alle barche. Mia madre come tutte le donne di Lacco lavorava la paglia, maggiormente la sera intorno al braciere, la sua specialità era la manifattura di cordoni. Dopo averne confezionato una notevole quantità li consegnava a “Rita” negozio del rione Ortola; in cambio riceveva cotone e stoffa con cui faveva camicette e piccoli capolavori per le mie sorelle che erano giovani e carine. Il lavoro artigianale della paglia impegnava tutti i componenti di una famiglia, dal più piccolo al più grande. Mia cugina Rosa di zio Paolo mi raccontava che, dopo il terremoto del 1883, per far rinascere il commercio ed aiutare gli abitanti del posto, una nobildonna napoletana con altri benefattori crearono una specie di consorzio in un locale chiamato “u barraccone” (attuale Bar Franco, rivendita di giornali e parrucchieria). Qui le donne del posto si riunivano a lavorare e producevano lavori artistici che poi venivano esportati e venduti nel periodo estivo in tutto il territorio nazionale ottenendo persino dei riconoscimenti alle mostre dell’artigianato.

In quegli anni niente si buttava: molte donne conservavano i capelli caduti (persino quelli che rimanevano nei pettini e anche le trecce tagliate alle ragazzine) li lavavano e conservavano per poi essere ceduti a “u’capellar” in cambio di spille, gomitoli di lana, cotone per il cucito, cotone per il ricamo, aghi e oggetti simili. Molte ragazze, a volte per voto, a volte per amore, altre volte per soldi, tagliavano i loro lunghi capelli ricci, lisci, neri, biondi che poi venivano usati per confezionare parrucche.

Un momento di grande fribillazione ed entuasiasmo si creava con l’arrivo del fotografo, perché nessuno possedeva una macchina fotografica. Per i vicoli c’era grande fermento. Tutti si vestivano con gli abiti di festa più belli, le ragazze bellissime, con le gonne larghe e fiorite cucite dalle mamme oppure dalla sarta del paese, si trasformavano per l’occasione. Tante persone, che abitualmente vedevi vestite sempre con gli stessi indumenti, sembravano personaggi di fotoromanzi. Il giardino della famiglia e “Capemort”, con gli innumerevoli vasi da fiori della ceramica Mennella, poggiati su colonne di pietra, accanto a cespugli colorati, a terra, circondati da statue in terracotta o fontanelle di acqua sorgiva, si trasformava in un set cinematografico come quello del grande Federico Fellini. Tutti sceglievano l’angolazione giusta tra i vasi ornamentali. Per le foto ufficiali veniva appesa a una corda nel giardino una coperta fra le meglio conservate che faceva da sfondo. Il fotografo veniva da Napoli, restava più giorni a Lacco Ameno e sull’isola d’Ischia. Faceva fotografie e foto per cartoline illustrate. Quasi tutti gli abitanti dei rioni si facevano immortalare, chi per ricordo, chi per mandarla al genitore che navigava, chi ai parenti lontani. Alcune volte la foto serviva per far conoscere una ragazza ad un figlio di emigranti in America per combinare matrimoni a distanza, dal momento che la famiglia americana preferiva per nuore ragazze del luogo natio. A quell’epoca avvenivano i matrimoni per procura, vigeva ancora la regola “moglie e buoi dei paesi tuoi”. Altri giovani italo-americani venivano a volte in vacanza per prendere moglie, specialmente durante le festività di Santa Restituta. Per il paese si spandeva la voce già in anticipo, allora le mamme preparavano le figlie facendo loro indossare gli abiti più belli e queste si recavano ad assistere al rito della messa delle ore 11,00 alla chiesa di Santa Restituta. Questa messa era una passerella più che un momento di culto. Partire per l’America costituiva “il sogno americano”, col marito si cercava di sfuggire a una realtà misera. Una mia cugina, molto bella, intraprese uno di questi viaggi e si sposò a Brooklyn. Portò con sé l’abito da sposa molto particolare, con un lungo strascico, confezionatole dalla nonna, cugine e ragazze del rione. Prima di recarsi in chiesa fece una foto indossando questo vestito e una parente inviò la foto a un concorso indetto da un famoso giornale americano per “la sposa più bella d’America”. Risultò vincitrice e come premio ottenne un viaggio col marito a Parigi! Ciò consacrò la creatività dell’isola: Carmela è ancora vivente (ultrtanovantenne), l’ho incontrata per la prima volta a Boca Raton, Florida 10 anni fa col nome americano: Dollie! Il nome è veramente meritato!

Il mio primo viaggio in aereo

Al nostro arrivo all’hotel, ci sistemarono nella casa del personale che era a mezzora a piedi dall’albergo, si trovava nei pressi dell’aereoporto di Cointrin
Non c’erano bus di collegamento fra l’abergo e l’appartamento, la maggior parte dei dipendenti andavano a piedi tranne qualcuno che aveva un mezzo di trasporto proprio. Quindi in caso di neve o pioggia eri costretto a camminare. I miei turni di lavoro erano abbastanza impegnativi. Dovevo essere presente al lunch e al diner che era danzante e si finiva alle 2 di notte. La cassa era ubicata in una gola a fianco del montacarichi, all’ultimo piano dell’albergo, in una cucina secondaria.
Il ristorante dancing “Carnaval” era ubicato all’ultimo piano dell’albergo che era la costruzione più alta di Ginevra, godeva di un panorama unico: la citta col lago Lemano e le montagne circostanti offrivano un panorama mozzafiato. In ogni angolo della sala la vista cambiava. Lo Scià di Persia Reza Pahlavi con la moglie Farah Diba e la sorella di lui Ashraf Pahlavi erano clienti abituali, come anche altri ricchissimi arabi che all’epoca comperarono mezza città di Ginevra. Pur di prendere il certificato di lavoro di quell’albergo prestigioso resistetti per quasi un anno. Gli orari erano massacranti e la chiusura dei conti avveniva al momento di fine servizio del ristorante. Il tutto veniva eseguito a mano! Questa cassa era molto gravosa e molti ragazzi rifiutavano il posto dopo pochi giorni. Quando andai a Ginevra pesavo 75 kg, al ritorno a casa i miei compaesani pensavano che avessi contratto una malattia dal momento che non m’avevano mai visto così magro! La direzione riconobbe il mio impegno nel portare a termine il mio lavoro nel migliore dei modi senza mai lamentarmi e fare alcuna assenza.
Nel periodo natalizio l’albergo era solito organizzare la festa del personale con pranzo accompagnato da orchestrina in uno dei saloni più belli ed ampi dell’albergo, i camerieri e il personale di cucina venivano presi dall’esterno in modo che sia il personale di cucina che quello di sala dell’albergo potessero godere anche loro la festa. I tavoli erano organizzati per reparto così ognuno di noi era a proprio agio in compagnia di colleghi. In questa serata venivano aperte le scatole sigillate dove ogni cliente, durante l’anno, aveva inserito la preferenza per la persona di servizio più simpatica, in un’altra scatola quelli che si erano distinti per la cortesia. Veniva premiato anche chi come me non stava al pubblico, erano gli stessi capi reparto a nominare i più meritevoli. L’amministrazione, di cui facevo parte, mi assegnò un premio per il mio impegno. Il regalo consisteva nel poter effettuare un giro su di un aereo-piper di 20 minuti nel cielo di Ginevra. L’invito era per due persone così chiamai con me il mio compaesano Peppino Di Spigno che lavorava in un altro albergo di Ginevra di grande tradizione e prestigio. Presi appuntamento col pilota che parlava molto bene italiano. Ci incontrammo al ristorante Moevenpick lungo il lago Lemano, poco distante dal famoso getto d’acqua; ci portò con la sua auto all’aereoclub, a una mezz’ora d’auto dal centro della città. Durante il tragitto vivevo in uno stato di eccitazione, smania e timore per quello che avrei provato appena salito sul piper. Anche il mio amico era entusiasta perché come me non era mai stato su di un aereo e aver provato l’ebbrezza del volo, così io montai a fianco del pilota e Peppino dietro. Ci volle molto poco per entrare in sintonia con l’aviatore. Lui aveva partecipato più volte alla competizione di volo che si teneva ogni anno in Sicilia. Ci mise a nostro agio e ci sentimmo sicuri di mettere le nostre vite in mano ad una persona di cui ormai ci fidavamo ciecamente, l’adrenalina per questa nuova esperienza era fortissima. L’accensione del piper avvenne con movimenti di grossa esperienza e maestria, l’aereo prese una rincorsa di circa 400 metri e in breve tempo il mezzo si alzò da terra ed iniziò il decollo. La sensazione di volare era indescrivibile, impareggiabile: vedere la terra sotto di noi e l’aereoplano che si alzava sempre di più era un sogno che diventava realtà e io ero in prima fila a fianco al pilota! Dopo i primi minuti di volo gli chiedemmo di fare le giravolte col piper come accadeva nei film di guerra quando un aereo veniva abbattuto oppure andare in picchiata come quando si colpiva con le bombe un obiettivo nemico. Ci spiegò che era vietato, le autorità svizzere avrebbero arrestato lui e noi. Comunque una sorpresa ce la fece regalandoci un’emozione unica, portò il piper un po’ fuori lo spazio del cielo di Ginevra. Iniziò a salire alto, i timpani stavano per scoppiare e poi scese rapidamente in picchiata rasentando le cime degli alberi. Io e il mio amico eravamo tutti e due bianchi con un misto di emozione, eccitamento e spavento. Lui ci guardava divertito pensando che saremmo morti dalla paura invece eravamo più gasati che mai! Anziché fare il volo di venti minuti prolungò l’esperienza ancora di dieci con nostra somma gioia e l’incoscienza della nostra giovane età!

Il viaggio in Svizzera

I miei nuovi amici sardi incominciarono a descrivere la bellezza della loro terra e il dolore per aver lasciato le famiglie con figli piccoli per guadagnare un po’ di soldi. Volevano comperare del terreno per costruire una casa nuova perché il nucleo familiare cresceva. Era la medesima situazione in cui ci trovavamo noi Ischitani. Dopo Firenze un posto si liberò e ci sedemmo a turno. Piano piano c’era gente che scendeva dal treno e altri che salivano, così ci sistemammo tutti e 4 e altri che erano saliti con noi a Napoli ormai diventati amici. Inizialmente i sedili erano confortevoli e accoglienti specialmente per noi che, fin dalla partenza, avevamo trovato un piccolo spazio vicino agli spifferi gelidi della porta e l’odore malsano del bagno. I posti a sedere erano in legno e ben presto incominciammo a dolerci per il troppo caldo, in particolar modo per il sedile che scottava: sembrava d’essere seduti su una graticola. Eravamo costretti ogni tanto ad alzarci e camminare scavalcando persone e cose sparpagliate lungo il corridoio. Chiudere gli occhi per un sonnellino era impossibile perché non si poteva stare seduti a lungo, così ci alternavamo con quelli che erano in piedi. Nella prima mattinata del giorno seguente arrivammo finalmente alla frontiera, se non erro era la città di Briga. Salirono i gendarmi e incominciarono i controlli delle valigie e le domande di rito. Siccome ero sprovvisto di contratto, mi fecero scendere assieme a una moltitudine di connazionali e ci portarono in dei capannoni dove c’erano già altre persone. Mi diede l’impressione d’essere trattati come dei buoi ammassati che dovevano essere contrassegnati con un ferro rovente. Col freddo che faceva in quei capanni avevo il rimpianto di quel sedile surriscaldato del treno.
Dopo aver spiegato il motivo del mio viaggio, mi trasferirono in un’altra stanza da dove telefonarono all’albergo e l’ufficio del personale confermò il mio ingaggio. Mi portarono in un altro padiglione con un freddo pungente, mi fecero spogliare per passare la visita medica. Dopo questo increscioso rituale ci diedero la possibilità di vestirci e recuperare i nostri bagagli. Aspettammo un altro treno per raggiungere ognuno la propria differente destinazione. Così insieme ad altri andai al bar della stazione per prendere un caffè bollente e qualche biscotto. Cercai qualcuno che andasse a Ginevra. Incontrai un ragazzo pugliese che aveva un contratto di lavoro nel mio stesso albergo mentre altri andavano in differenti città della Svizzera. Alcuni come me erano al loro primo viaggio, altri già erano stati precedentemente in altre città elvetiche. La maggior parte di essi lavorava nell’edilizia, venivano sistemati in delle baracche senza riscaldamento e con un minimo d’igiene. I miei nuovi compagni di viaggio mi guardavano come un privilegiato dal momento che avrei occupato un posto di cassiere in un noto albergo di Ginevra senza sapere che avrei guadagnato giusto i soldi per pagare il fitto della casa e del corso di lingua francese.
I nuovi conoscenti raccontavano i disagi che pativano stando lontano dal posto natio, rimanevano per mesi segregati nel villaggio per non sperperare i soldi, mentre a quelli più giovani, che volevano andare qualche sera a settimana in un bar o locale da ballo, capitava che era precluso l’accesso perché italiani.
Appena scesi dal treno a Ginevra mi informai per un bus che andasse nei pressi della nostra destinazione. In Italia pensavo di cavarmela con la lingua francese, una volta sul posto mi accorsi che, con i legamenti che i Ginevrini facevano fra una parola e l’altra, non ci capivo niente. Dopo una mezzoretta di tragitto raggiungemmo la nostra meta. L’hotel si presentò in tutta la sua maestosità: era la costruzione più alta di Ginevra, a pochi passi dal Palazzo dell’ONU. Non sapendo dove fosse l’ingresso per il personale, ci recammo all’entrata principale per chiedere al doorman informazioni. Il mio amico di viaggio si chiamava Antonio, era alto, grosso e chiaro di carnagione, somigliava più a un montanaro svizzero che a un ragazzo meridionale. Appena vedemmo la spettacolarità dell’albergo: scale mobili che salivano senza fermarsi mai, velocissimi ascensori che muovevano un flusso di persone in entrata e in uscita, al piano terra una mostra d’auto luccicanti e modernissime, rimanemmo attoniti da tanta modernità. Ci avvicinammo all’ingresso, come per magia la porta si aprì da sola alla nostra presenza, Antonio diventò tutto rosso fin su la cima dei capelli ed emise un incontrollabile grido di meraviglia come un ululato: UHUHUHUHUHUH!!! Finalmente eravamo arrivati a destinazione, nell’albergo più nuovo della Svizzera: Hotel Intercontinental Geneva della compagnia aerea americana Pan Am!!!!!!!!

La mia prima partenza

La mia prima e più importante partenza dall’isola d’Ischia capitò un 11 febbraio e mia madre disse che era un giorno benedetto perchè ricorreva l’apparizione della Madonna di Lourdes. All’inizio i miei genitori erano un po’ preoccupati per me, perché ero giovane e non m’ero mai mosso dall’isola. In giro si raccontava della pericolosità di viaggiare in treno da soli. Molti ragazzi di Lacco Ameno avevano intrapreso un viaggio per andare all’estero e parecchi erano tornati indietro perché durante il tragitto avevano loro derubato il portafoglio o l’orologio oppure le valigie. Altri erano stati malmenati. Altri arrivati a destinazione non s’erano trovati bene e fecero subito ritorno a casa. La mia determinazione ad affrontare il viaggio era molto forte, anche perché una ragazza tedesca che avevo conosciuto a Ischia m’aveva assicurato che c’era per me un’occupazione come cassiere di ristorante in un noto albergo di Ginevra, in Svizzera. La procedura per ottenere un’occupazione all’estero era abbastanza lunga, bisognava attendere il tempo della preparazione del contratto, una volta ricevuto questo per posta, bisognava rispedirlo controfirmato. Preferii partire senza contratto, per non perdere tempo. Mia madre mi comperò mutande lunghe e maglie di lana con maniche lunghe che mise in una delle valigie di cartone usate in passato da mio padre. Diceva che in Svizzera c’era la neve e faceva freddo e mi dovevo proteggere. Mi recai a Napoli per prendere il primo treno per la Svizzera.

Arrivato in stazione c’erano file lunghissime agli sportelli per comperare il biglietto. La stazione ferroviaria per me era un mondo nuovo, mai visto prima tanto fermento: passeggeri frettolosi che correvano carichi di bagagli verso i binari per prendere il treno, altoparlanti che annunciavano in continuazione partenze e arrivi di treni in diverse lingue, treni che arrivavano e scaricavano fiumi di persone. Tutti correvano. Facchini con carrelli che andavano in tutte le direzioni. Tassisti abusivi che ti chiedevano se avevi bisogno di un taxi. Donne che vendevano sigarette “con lo sfizio”, altre con trucco pesante dagli occhi ammiccanti vendevano “l’attesa del treno con lo svago”. Persone che vivevano di espedienti per sbarcare il lunario. In ogni persona vedevo un imbroglione che avrebbe voluto derubarmi di quei pochi soldi che avevo con me. Una volta salito sul treno non c’era posto a sedere, era già pieno. Trovai un po’ di spazio nel corridoio davanti ai bagni, dove c’erano già altri passeggeri. Il treno era stracolmo e popolato da nuclei familiari che si trasferivano al Nord Italia e altri che raggiungevano la Svizzera per lavoro. Sembrava il treno dei deportati! Alcuni di loro parlavano in un dialetto mai sentito prima. Tutti avevano valigie, pacchi e borsoni disseminati dappertutto. Il puzzo di fumo era soffocante, i bagni, già molto usati, spandevano l’odore acre di urina impregnata nel pavimento. Durante il viaggio mi venne voglia di andare in bagno ma, con la paura che mi rubassero la valigia, ci rinunciai. Poco distante da me c’erano due uomini sulla quarantina e un terzo più giovane, accovacciati sulle gambe, con la pelle olivastra e gli occhi piccoli e neri. Da quando ero salito sul treno mi guardavano con sospetto e non mi rivolgevano la parola, parlavano un dialetto a me sconosciuto, ma da qualche reportage sulla Sardegna, visto in TV, sembrava che la loro lingua fosse quella sarda. Il treno aveva lasciato la stazione e ci trovavamo in prossimità della Capitale. A un certo punto le luci del treno divennero più soffuse. Il più anziano dei tre estrasse un coltello, di quelli col manico d’osso bianco con venature grigie, imprecando nella sua lingua. Con quello che avevo sentito al mio paese dai miei compaesani incominciai ad essere assalito dall’insicurezza, da poco c’era stato un sequestro di persona da parte dell’anonima sarda. Trattenni il fiato perché la vescica piena mi bruciava, stava per scoppiare. Anche se il treno era affollato pensai: adesso mi punteranno il coltello in un fianco intimandomi di dar loro i soldi, l’orologio e la collanina. A un certo punto il più giovane del gruppetto iniziò a rovistare in uno dei sacchi che avevano con sè e prese anche lui un coltello col manico più lungo di quello del suo amico e si scambiarono delle espressioni fra di loro bestemmiando come se non trovassero qualcosa. Terrorizzato non sapevo cosa fare: lasciare la valigia e andare verso il corridoio oppure chiudermi nel bagno. Mentre ero tempestato da questi timori, il terzo componente aprì il suo zaino e cacciò fuori una borsa di stoffa nera, poi un’altra ancora da dove faceva bella vista un panno da cucina con una pagnotta traboccante di scarola riccia, pomodori, melanzane e funghi sott’olio. Come se non bastasse nella seconda borsa c’era un “filone di pane nero” di quelli fatti in casa, una “formetta” di formaggio salato e un salame. Adagiò il tutto sopra una delle valigie poggiate sul pavimento ed iniziarono a dividersi la cena. Il più anziano mi porse parte della pagnotta, che accettai di buon grado come liberazione di un tormento che mi perseguitava dall’inizio del viaggio. Mi offrirono del vino rosso e tanto bastò per diventare i migliori amici, come se ci conoscessimo da tanti anni. Anche loro andavano in Svizzera, nel Vallese, per lavoro dove erano già stati qualche anno prima. Il viaggio, anche se scomodo, divenne più rilassante: Italiani brava gente!

La voglia di viaggiare

Sentir parlare mio padre dei suoi viaggi è stata la spinta che ha visto nascere in me, fin da piccolo, la voglia di viaggiare e conoscere paesi nuovi. Rimanevo incantato quando mio padre coi suoi fratelli oppure con colleghi parlava dei posti visitati e anche dei pericoli che affrontava durante la navigazione. Mi incuriosivano le scritte in lingua straniera impresse sulle bottiglie di vetro vuote che lui portava a casa per riempirle di succo di pomodoro. Per non parlare della buca delle lettere che era cementata nel muro della “tabaccheria” di Mattia e Luisella. Ero piccolo e non arrivavo ad inserire la lettera nella cassetta perciò mia madre mi prendeva in braccio per imbucarla e farla arrivare a mio padre o a zio Giuseppe in America. Allora pensavo che ci fosse una strada sotto il mare come un canalone che avrebbe portato la lettera a un aereo che aspettava per portarla a destinazione perché sulla leggera busta da lettera, oltre alle strisce laterali bianche, rosse e blu, c’era un rettangolino a sinistra dov’era scritto “par avion” o “via aerea”. Sapevo che oltre l’isola c’era un mondo meraviglioso da scoprire. Quando poi Rizzoli approdò sull’isola d’Ischia e arrivarono turisti da tutto il mondo, la spinta per partire verso nazioni sconosciute fu decisiva. A scuola avevo studiato per 6 anni la lingua francese e per tre la lingua inglese perciò pensavo di conoscere il francese perché durante il periodo estivo ero in grado di scambiare qualche parola con turisti stranieri. Riuscivo a farmi capire discretamente in francese o col mio scarno inglese.
• L’emozione di vedere dal vero un’elicottero atterrare all’eliporto della Fundera era inenarrabile. E che dire delle emozioni suscitate in me dalle prestigiose auto con targhe straniere che sbarcavano sull’isola con autisti in livrea che nemmeno nella città di Napoli avevo mai viste! Alcune erano nere, austere e nello stesso tempo eleganti oppure Jaguar decappottabili, Lamborghini, Ferrari dai colori accesi appartenenti ad industriali accompagnati da donne bellissime. Queste signore spargevano nell’aria profumi mai sentiti prima che inebriavano e davano alla testa, specialmente la sera quando passeggiavano, dopo cena, intorno alla piazza di Santa Restituta. Rimanevi incantato da quello sfarzo. Attori e attirci, calciatori che al momento stavano sulla cresta dell’onda erano tutti lì a portata di mano. Giorgio De Chirico, la sera, era presente all’esposizione dei suoi quadri in uno delle sale intorno piazza Santa Restituta. A Ischia e Casamicciola oltre ai nuovissimi Aliscafi approdavano anche gli Hovercraft. Davanti al complesso degli alberghi di Rizzoli stazionavano il superyacht “Christina” di Aristotele Onassis e altre splendide imbarcazioni. I motoscafi “Riva” scorrazzavano fra la splendida cornice di mare fra Lacco Ameno e Casamicciola con Esther Williams e altri personaggi che praticavano lo sci d’acqua. Nel porto d’Ischia erano ancorati yacht eleganti con pista d’elicotteri.

Grazie a mia sorella maggiore Rosanna che era commessa in una delle boutique più alla moda di Lacco Ameno e aveva modo di parlare con persone influenti, ebbi la possibilità, giovanissimo, di lavorare come cassiere in uno dei night club più prestigiosi dell’isola e direi d’Italia: “O’Pignatiello” appartenente al complesso “Rizzoli”. Qui si esibivano i cantanti nazionali e stranieri più famosi del momento da Aznavour a Peppino di Capri da Ornella Vanoni a Bobby Solo. I clienti habitué erano il principe Otto D’Assia, la sfolgorante Ira Fürstenberg di una bellezza aggressiva e mediterranea, il fratello Egon. Da qui nacque la promessa a me stesso, poi raggiunta sfatando il detto “Nessuno è profeta in patria”, di inserirmi nel mondo turistico alberghiero e scalare step by step fino ad arrivare al top: direttore d’albergo e poi direttore d’agenzia viaggi e dirigere, primo ischitano, uno degli alberghi della compagnia “Rizzoli”. Sono fermamente convinto che ognuno di noi ha un angelo custode a suo fianco, la cui presenza ho sempre avvertita. In tutto il mio cammino, assicuro non sempre facile specialmente all’estero, la presenza è stata tangibile. Un altro ricordo, sempre vivo in me dagli anni della scuola, fu un appassionato commento della poesia “La piccozza” di Giovanni Pascoli da parte della professoressa Antonina Garise che, con la sua voce esile ma molto coinvolgente, mi ha accompagnato per tutti gli anni della mia crescita professionale:
………………..Da me, da solo, solo con l’anima,
con la piccozza d’acciar ceruleo,
su lento, su anelo,
su sempre; spezzandoti, o gelo!
E salgo ancora, da me, facendomi
da me la scala, tacito, assiduo;
nel gelo che spezzo,
scavandomi il fine ed il mezzo………..”

Un tuffo nel passato

A volte basta un niente, vai a fare una visita improvvisata ad un tuo caro amico che non vedevi da tanto tempo e accade la magìa: un tuffo nel passato!
M’ero proposto più volte di andare a trovare a casa il mio amico Paolo che non vedevo da una vita e che non esce quasi più. Ci vado oggi, ci vado domani e non trovavo mai il tempo. Paolo è stato un professore di latino e greco, ha insegnato in un liceo per tanti anni a Roma, adesso è in pensione. Vive da solo, è ritornato nella sua casa nativa di Lacco Ameno, è circondato dai suoi gatti che gli fanno compagnia tutto il giorno. Una cordiale signora straniera gli fa le pulizie tre volte a settimana. Lui è stato corrispondente di un noto giornale nazionale: così se non l’incontravo, leggevo i suoi articoli e sembrava di discutere direttamente con lui. Oggi vive soddisfatto la sua vita tranquilla fra le sue carte, scaffali pieni di libri, giornali, quaderni tipo computisteria: un grande caos dove solo lui sa districarsi. Le sue ricerche sull’isola d’Ischia sono preziose, ognuno può attingere le notizie più attendibili e circostanziate dell’isola, dalle origini della stessa a oggi. Qualche volta ci siamo scambiati delle telefonate ma non ci vedevamo da parecchio, che dico anni, una vita! Mi trovo sotto la casa di Paolo, so che ha sempre un buon vino, il frutto che l’affittuario del terreno gli riconosce e lui Paolo è contento purché la terra dei suoi antenati non resti incolta. Ne approfitto, suono al video citofono, uno scatto e subito l’uscio si apre. Dal portone nuovo di zecca m’aspettavo che, dopo tanti anni, tutto fosse cambiato all’interno, invece una volta aperto, come in un sogno, appare la scala per salire al terrazzo che è la stessa, un po’ sconnessa coi gradini di tufo verde. Ai lati dal muro fuoriescono fresie bianche antiche e violacciocche profumatissime, tutto è intatto, tutto uguale a quando ero ragazzo e venivo a studiare col mio amico. Come metto il piede sul terrazzo mi viene letteralmente un colpo al cuore. Sembra il “piccolo mondo antico” della nostra gioventù. Il terrazzo di terrapieno è lo stesso con la differenza che è colmo di Tillandsia che negli anni si è moltiplicata. Numerosi grappoli di questa pianta invadono gran parte del giardino. Il rigoglioso albero di mandarino è ancora là come anche quello d’arancio e quello di limone. Le galline come allora razzolano in un’area circoscritta anzi c’è anche un’oca bella grassa. Lateralmente all’ingresso del pollaio ci sono delle gabbie per conigli più nuove. Tutto uguale: niente è cambiato, perfino le casette, dove lui abitava col fratello e i genitori, sono le stesse, belle, linde, pittate con calce bianca. Il pergolato di rose tanto caro alla madre è ancora là, dove noi studiavamo da ragazzi: il tavolo in pietra di tufo, con le sedie di pietra tutte uguali, il tempo si è fermato agli anni 50/60! La mamma lavorava alle Terme della Regina Isabella. Al pomeriggio, prima di recarsi al lavoro, ci portava una dolcissima premuta d’arancia proveniente dal loro giardino. Con Paolo ho trascorso gli anni più belli della giovinezza. Tutto era nuovo durante la nostra adolescenza, ogni giorno scoprivamo orizzonti insoliti. Insieme ad altri amici organizzavamo le serate da ballo in una delle stanze della sua famiglia che era la sala da pranzo. Addossavamo il tavolo al muro ed avevamo più spazio per ballare. Paolo aveva uno dei primi giradischi e dei dischi. Le ragazze che partecipavano al ballo erano sempre poche, per vederne qualcuna in più dovevi aspettare le feste di Natale, allora i genitori davano il permesso di uscire e rimanere un poco più a lungo fuori. Durante le festività il nostro gruppo di amici veniva quasi sempre invitato in case dove la figliolanza era quasi tutta al femminile e le mamme e le zie sponsorizzavano queste occasioni nella speranza di “piazzare” figlie e nipoti. Ci fu qualche caso di accoppiamenti duraturi. I dischi che andavano per la maggiore erano quelli di Peppino di Capri, Rita Pavone, Mina, Eduardo Vianello, Fred Buongusto e altri, non mancavano quelli di cantanti starnieri, da Françoise Hardy a Chubbi Checker, da Aznavour a Paul Anka, da Elvis Presley ai Rolling Stones. Le serate erano piene di entusiasmo e aspettative, iniziavano intorno alle 17,00 e finivano intorno alle 21,00. Ognuno di noi aveva desideri nascosti con la speranza di ritrovare la stessa ragazza con cui avevi ballato la settimana precedente e non aveva rifiutato le tue “vibrazioni” al suono palpitante di “Cuore” cantata da Rita Pavone. Oppure c’era un altro tipo di invitata che non ti permetteva di stringerla, anzicchè ballare girava sempre su un lato per mantenerti lontano. La pressione saliva al massimo con la canzone dell’estate Cuando calienta el sol cantata dai Los Hermanos Rigual: come riuscivi ad appoggiare lentamente il viso a quello della ragazza, lei giovane e timorosa ai primi approcci aveva le guance di fuoco, scottava come se avesse la febbre. La “tempesta” dei sensi era fortissima e la voglia di crescere era prepotente. Iniziavano i primi “flirt”, sbocciavano “grandi amori”, altri finivano, nascevano nuove amicizie. Capitava anche che attraversavi la stanza per invitare una ragazza a cui tenevi e quella rifiutava e ritornavi al tuo posto scornato per la vergogna. L’entusiasmo di vivere e buttarsi nella mischia della vita era stimolante come anche il desiderio di imitare i nuovi idoli che arrivavano dall’America. Lacco Ameno d’estate si riempiva di personaggi mitici che giungevano da tutto il mondo per distendersi al sole dell’isola d’Ischia e ritemprarsi nelle benefiche acque termali, richiamati dalla pubblicità martellante dei giornali di Rizzoli: persone che d’inverno ammiravi attraverso giornali, riviste o film e poi….. d’estate trovavi di fianco mentre passeggiavano sul lungomare oppure seduti a uno dei locali della riva destra di Porto d’Ischia!
Il suono di una chiamata al cellulare mi fece ritornare alla realtà di oggi, nemmeno il tempo di apprezzare un bicchiere di bianco delle vigne di Paolo che dovetti far ritorno subito a casa con la promessa che ci saremmo rivisti a breve…..!

A mio padre

A mio Padre
Giacinto, Vincenzo, Alfredo, Tommaso, Nicola e Paolo vivevano felici nella loro grande casa in riva al mare. Il padre Giuseppe era in amministrazione nel Comune più piccolo dell’isola, mamma Rosa accudiva la casa. Avevano qualche appezzamento di terreno sparso per il paese di Lacco Ameno e producevano ogni ben di Dio: uva bianca da tavolo e da vino, pomodori, piselli, fagioli, ceci, persino le lenticchie rosse che grazie al terreno sabbioso riuscivano a produrre in grande quantità. La vita si svolgeva fra i campi e le spiagge del paese. I fratellini avevano un asinello chiamato “Gemì” che serviva per il trasporto della legna dalla campagna al paese oppure dalle falde dell’Epomeo alla casa di campagna. I bambini gli erano molti affezionati, a volte montavano in groppa 2 o 3 insieme e Gemì era ben contento di portare quel carico leggero e festoso. I pesi più voluminosi li trasportava “Nerone” il mulo, robusto e possente che viveva nella stalla sopra la località “Pannella”. L’ambiente familiare era idilliaco per questi fratelli che crescevano in mezzo alla natura e fra i resti di quella che fu la villa atavica dove avevano soggiornato re, regine, principi e artisti: la casa alla Pannella ormai ridotta in macerie. La cantina che si trovava nei sotterranei della dimora era stata risparmiata dal disastro del 1883 e quindi la famiglia continuava a sfruttare quell’area. Inoltre il padiglione leggero dove si intrattenevano gli ospiti durante la calura estiva era rimasto intatto e fu trasformato in stalla per Nerone e Gemì. Divisi da una transenna di pali trovavano posto le tre caprette e u’zimbr (caprone), un pollaio ben assortito, un altro scomparto per le oche e tacchini. Per i ragazzi era il paradiso terrestre. Quando non stavano in campagna erano giù al mare nella casa del Capitello che comunicava con la spiaggia per mezzo delle scale. La mamma li controllava attraverso il balcone e la finestra che davano direttamente sulla spiaggia. I più grandicelli con una canna di vimini e del filo avevano costruito una lenza per pescare e una fiocina col ferro per catturare i polpi fra gli scogli antistanti la loro abitazione. L’infanzia procedeva serena. Erano sei fratelli: il più grande di 11 anni e il più piccolo di 14 mesi. Mamma Rosa era di nuovo incinta ed era prossima al lieto evento del settimo fratellino. Arrivato il giorno fatidico la giovane donna partorì un bellissimo bambino a cui diedero il nome di Mario in onore alla Madonna. Qualche ora dopo ci fu una forte emorragia e nel giro di poco tempo la tragedia: Rosa morì lasciando un neonato, più 6 piccoli in tenerissima età nella disperazione di tutta la famiglia. Il padre degli orfanelli dopo poco si risposò e come in tutte le favole la “matrea” (nuova mamma) decise, influenzando il marito, l’allontanamento dei sette fratellini dalla casa paterna. I ragazzini vennero separati e rinchiusi in orfanotrofi sparsi fra il Lazio e la Campania. Soffrirono pene e violenze disumane senza incontrarsi per anni. I più piccoli invocavano in continuazione la mamma morta che venisse loro in soccorso. Mai una carezza, mai più un abbraccio. Una volta isolati nessuno si interessò a loro. Sporadicamente un’anima pia andava a far visita a uno dei bambini mossa da pietà. Delle suore erano addette alla custodia dei piccoli, impietosite cercavano di dare loro conforto ma i bambini a cui badare erano talmente tanti che non ce la facevano a curarli tutti singolarmente. Per molti di questi orfani nel periodo natalizio c’era qualche nonna, zia, parente, vicino di casa che faceva loro visita mentre i nostri 7 fratellini furono dimenticati dalla comunità di cui avevano fatto parte, abbandonati al loro destino. A differenza dalle favole per loro non ci fu nessuna fata a ripagarli del torto subito. In compenso i fratelli ebbero in seguito una vita normale coronata da figli e nipoti superando l’infamia dei loro parenti adulti.

Auguri di Buon Natale

Auguri di un Natale pieno di gioia, di armonia e salute a tutti gli amici di FB

Dicembre era il mese invernale per eccellenza. La vita dell’isola d’inverno scorreva lenta con tutte le sue tradizioni. Le manifestazioni natalizie erano le più sentite dal popolo ischitano. Al calar del sole mamma mi chiamava dal balcone dicendo che si era fatto notte e dovevo rientrare. Una settimana dopo le celebrazioni della festa dell’Immacolata iniziava la novena di Natale.
Con le mie sorelle e altri ragazzi andavamo nel bosco di Don Luigi Ciannelli per procurarci dei rami sempreverdi di mirto e riempivamo col muschio cassettine di legno con cui le nostre madri, assieme a noi piccoli, ornavano il presepe. La scatola dei pastori veniva ripresa dal fondo di un vecchio baule con tutte le statuine che erano sempre le stesse, molto espressive, di terracotta (non esistevano ancora quelle infrangibili). Nel nostro presepe non c’era un pastore tutt’intero, erano tutti monchi: a chi mancava un braccio, a chi la testa, a chi la mano per non parlare dei re magi i cui cavalli erano ridotti senza gambe. In compenso il lavoro era molto partecipato perché usavamo la cera liquida delle candele come collante e “azzeccavamo” i pezzi staccati.
Al mattino presto, alle 5 del mattino, con lo sparo della “botta” che faceva da sveglia, mia madre si alzava per andare alla messa della novena che si celebrava nella chiesa di Santa Restituta. Qualche volta ho partecipato anche io, mezzo addormentato e morto di freddo, rimanevo incantato dai canti natalizi. Dopo la funzione, tornati a casa, mi infilavo di nuovo a letto. Un rumore di passi pesanti annunziava l’arrivo degli zampognari che venivano a suonare davanti all’immagine di Gesù Bambino che mamma metteva in esposizione, vicino ai vetri, per l’occasione. Gli zampognari provenivano dal Molise e portavano come regalo un lungo cucchiaio di legno, usato poi per tutto l’anno. Durante il periodo natalizio l’atmosfera nel rione era molto calda e festosa. La sera in ogni casa si giocava a tombola e si sentivano gli schiamazzi e le risate per il commento dei numeri estratti della smorfia napoletana che venivano collegati a frasi allusive dai più smaliziati, in genere quelli più avanti in età.
Il gioco con le nocciole era il preferito nel periodo natalizio. I ragazzi giocavano con le nocciole a “castello”. Questo divertimento consisteva nel mettere a terra tre nocciole vicine fra loro e una quarta messa sulle tre; ogni giocatore ne metteva 4 a terra e poi da lontano, con una nocciola più pesante che fungeva da pallino, si doveva abbattere più castelli possibile. Le ragazze giocavano sempre con le nocciole “alla fossa”. In genere i partecipanti erano in grande numero, insieme alle ragazze c’erano anche persone adulte. Il gioco consisteva nell’avvicinare le nocelle il più possibile alla buca. Quando tutte le nocciole stavano intorno alla fossa bastava un grido: “abbàraone!” e tutti si lanciavano sulle nocciole. Silvestro di Norina con il suo vocione era uno specialista. Le ragazze, come lo vedevano apparire, già si preparavano a lanciarsi nella mischia per accaparrarsi più nocciole, con risate, spintoni e capriole per terra. Durante la ricorrenza natalizia si ufficializzavano i fidanzamenti tenuti “nascosti” per mesi o anni mentre altri nuovi sbocciavano.

Nella mia famiglia i preparativi erano febbrili, come in tutte le famiglie, qualche parente mangiava con noi il giorno di Natale. E che dire dei dolci natalizi, dalle paste reali alle cassatine, dai “mustaccioli” ai “susamielli”, ai “roccocò” ricchi di nocciole e bucce di mandarino che mia sorella maggiore, assieme ad altre ragazze, preparavano in casa e poi andavano al forno di “Mammin” a cuocere. Tutto ciò che si era conservato in estate veniva consumato in questo periodo: dai dolci fichi del contadino messi ad essiccare pazientemente al sole, alle varie verdure conservate sott’olio, dalle conserve di pomodoro ai dolcissimi pomodori “appesi”. Il vino d’annata veniva spillato e venduto direttamente nelle cantine.

La sera del 24 si “rappresentava” il Bambinello con il canto del Te Deum, si usciva in processione dalla casa con tutti i parenti con l’accompagnamento dei tric-trac e dei bengalini. Al rientro i più piccoli, in piedi sulla sedia, dovevano recitare la poesia di Natale, imparata a scuola, la ricordo ancora:

Ho sognato che il Bambino
venne presso il mio lettino
e mi disse dolcemente:
“Per Natale vuoi niente?”
Io pensai per prima cosa
a te mamma sì amorosa
a te babbo, buono tanto,
e gli dissi: “Gesù santo,
babbo e mamma benedici,
fa’ che sempre sian felici!”

Si stava tutti insieme fino all’ora di andare a messa ad assistere a quella di mezzanotte.
Dopo la celebrazione, accompagnato da motivi natalizi, veniva portato il “Santissimo” in processione per la Marina del paese con scoppi di “tric-trac” e coloratissimi fuochi d’artificio. Non mancava il rituale falò che sprigionava faville scoppiettando verso il cielo. Così vampate di calore si spandevano durante il rientro della processione. A fine cerimonia nascevano spontanei abbracci e baci con scambi di Auguri di buon Natale fra tutti i presenti. In questo momento svanivano vecchi rancori. E’ il caso di dire che il Natale rendeva tutti più buoni!