Ogni paese ha la sua mascotte

Penso che ogni paese abbia la sua mascotte. Lacco Ameno ne aveva più di una. La più simpatica in assoluto era “Marietta” più o meno coetanea di mia madre, era grossa e portava i capelli lunghi col tuppo. Era informatissima su tutti i matrimoni che stavano per celebrarsi in paese. Appena saputo che c’era in programma un matrimonio andava ad autoinvitarsi e ogni volta che incontrava i futuri sposi ricordava loro sempre il suo invito con la promessa di fare un bel regalo. Nell’organizzazione del banchetto si doveva mettere in conto un taxi e un tavolo esclusivo per Marietta. Il giorno fissato per le nozze Marietta faceva lo sciampo e asciugava i lunghi capelli ricci, molto folti, tutti bianchi al sole. Sia che fosse estate o inverno il posto dove si esponeva ai raggi era sempre lo stesso: al Capitello, sul sedile accanto al Crocefisso. Il giorno prima dello sposalizio si faceva togliere i peli superflui al viso da “Nannina a cecatella”. A volte capitava che c’erano due matrimoni nella stessa giornata e lei si divideva fra l’uno e l’altro per non far dispiacere nessuno. A fine banchetto si doveva preparare un pacchetto colmo di confetti e dolcetti che poi lei distribuiva alle persone del suo rione. Ormai era diventata una consuetudine: non invitare Marietta portava male!
Negli anni ’50 uno sposalizio era un momento importante per la vita del paese. Il tran-tran scorreva lento e la celebrazione era un avvenimento non consueto che creava movimento. Già tempo prima si spandeva la voce dell’evento. Il corteo partiva separatamente dalla casa della sposa e dalla casa dello sposo per arrivare in chiesa. Il promesso arrivava prima come avviene ancora adesso. La differenza consisteva nel fatto che negli anni ‘50 si andava tutti a piedi anche se uno degli sposi abitava nel punto più lontano del paese. Di taxi ce ne erano solo due in paese e uno di essi veniva richiesto solo quando gli sposi partivano per il viaggio di nozze. In tempi ancora precedenti non c’era l’abitudine di andare in viaggio. La coppia, subito dopo il rinfresco, si appartava nel nuovo nido per una settimana, uscivano solo la sera per andare a cena dai genitori. L’uscita ufficiale era la domenica successiva alla cerimonia quando i due partecipavano alla messa solenne nella basilica di Santa Restituta delle ore 11,00. Più tardi, per quelli che seguirono la nuova usanza di trascorrere la luna di miele in viaggio, di solito la destinazione era Roma con visita obbligatoria al Vaticano oppure Pompei. Se la sposa aveva già la “pancia” si andava a Pompei per sposarsi in presenza di pochi intimi. In caso la coppia avesse scarse risorse, Pompei era la meta preferita per dire il fatidico “sì”. A Lacco Ameno, la chiesa dove si officiava l’avvenimento era quella di Santa Restituta. Ore prima che la sposa fosse pronta per uscire in corteo, fuori all’abitazione c’era una piccola folla di bambini che si contendevano il posto migliore per raccogliere i confetti che si lanciavano come augurio alla sposa. Quelli della famiglia erano i più buoni con vere mandorle all’interno accompagnati da fiori o foglie d’arancio che abbondano nell’isola. In commercio esistevano vari tipi di confetti, oltre a quelli ripieni con mandorla, ce n’erano altri più economici. Ma a quell’epoca, per noi bambini, anche quelli di qualità inferiore, molto duri, andavano bene, rappresentavano sempre una leccornia.
Dopo la cerimonia la coppia di sposi conduceva il corteo seguita dagli invitati. Avanti c’erano tutti i bambini del paese e anche persone adulte che aspettavano il lancio dei confetti. Avvenivano vere lotte specialmente fra i più grandi che non esitavano a prendersi a botte mentre noi piccoli avevamo la meglio perché ci infilavamo più facilmente fra le gambe degli sposi e degli invitati. Il gioco divenne più duro quando insieme ai confetti cominciarono ad apparire le monete. Gli scontri erano furibondi fra adulti, sembrava una lotta di sopravvivenza fra cani rabbiosi, la strada diventava un’arena. Mi ricordo di qualcuno che ebbe qualche dente rotto! Bene o male si conoscevano i tipi più sanguigni che venivano facilmente alle mani. Bastava essere guardinghi e sapere aspettare il momento giusto: la strada come scuola di vita!
Dopo la cerimonia gli sposi andavano a casa di uno dei due che aveva una stanza più ampia per ricevere gli invitati. Non c’era l’abitudine di servire un pasto caldo ma si usava offrire fette di pane o pagnottelle sfornate dal forno a legna con dentro l’immancabile formaggio “provolone” o la soppressata, salame, ventresca, prosciutto delicatissimo tagliato a filo di coltello ottenuti dal maiale appositamente cresciuto o acquistato a pezzi in occasione delle future nozze. Un giro di dolci, la torta nuziale con spumante e il rituale giro di confetti concludeva il banchetto nuziale. Tavoli, sedie, piatti ecc. venivano dati in prestito dai vicini. A volte c’era qualche parente che suonava la chitarra o la fisarmonica e allora il divertimento era assicurato e si ballava fino a tardo pomeriggio e l’allegria coinvolgeva tutto il vicinato specialmente se il rito capitava in primavera quando il rinfresco veniva servito all’aperto sotto un pergolato di glicine o di rose. La musica e il buon vino genuino accendeva gli animi dei giovanotti presenti e le ragazze o donne maritate a cui piaceva la musica e il ballo. I ragazzi aspettavano quelle occasioni per sfiorare una donna e in quei momenti di euforia diventavano più audaci, abili ballerini che, come in un sogno, avevano fra le braccia ragazze che non si sarebbero mai lasciate toccare in altre occasioni. In particolar modo quando il suono della fisarmonica accennava un tango, allora il ritmo intrigante coinvolgeva le coppie che, dimentiche del pubblico presente, grazie a un genuino bicchiere di nettare degli dei, si lasciavano trasportare sensualmente dal ritmo galeotto. A questo punto il marito o il fidanzato geloso, nel vedere la sua donna stretta fra le braccia di un altro, andava in escandescenze fra le risate e le urla dei presenti entusiasti dell’inaspettato spettacolo.
Capitava anche il risveglio di amori finiti male a seguito di matrimoni combinati da genitori per svariati interessi. In paese si parlava di una ragazza molto bella e determinata alla quale bastò uno sguardo furtivo di un suo vecchio spasimante, presente fra il pubblico, al momento del sì sopra l’altare, per piantare in asso l’uomo impostole e scappare via, lasciando tutti i presenti sbigottiti. Anche questo capitava all’inizio del ‘900!!!

Le pecore scampanellanti

Un altro momento di gioia era verso sera quando arrivava Pasquale, il capraio, con le sue numerose pecore scampanellanti: Ciurella, Ngiulina, Ninnella, Ginetta, Nanninella a’ngazzosa, Ricciulella, Pupatella e via dicendo. Lui raccontava che erano nomi di donne da lui conosciute e a chi per omaggio e a chi per sfregio aveva dedicato il nome a seconda del tipo di pecora. Tutti noi bambini andavamo da lui con 10 lire e una fetta di pane per farci fare una spremuta di latte sul pane; quello di Ricciulella era il più saporito e schiumoso. Vincenzo, piccolo ed agile com’era, riusciva a infiltrarsi e mimetizzarsi fra le pecore e oltre a farsi la sua spremuta gratuitamente si faceva la succhiata a sbafo direttamente dalla pecora. Proprio per la sua audacia era ben voluto da tutti. Anche Pasquale faceva finta di non vedere. Un altro momento eccitante era quando arrivava il camioncino del ghiaccio che approvvigionava la “puteca e Luretina”. Come Giacinto, il conduttore, scendeva le scale delle baracche per consegnare la merce, noi, come topi voraci vicino a un pezzo di formaggio, assalivamo il camioncino. Armati di pietre ci davamo da fare vicino alle forme di ghiaccio per recuperarne un pezzetto per poi farne una granita al limone, inseguiti dalle grida di Giacinto che ci correva dietro.
Proprio all’inizio dell’estate Vincenzo si ammalò e per parecchio tempo non lo vedemmo in giro. Io che passavo più ore con lui che a casa mia ci soffrivo parecchio, per me era come un fratello, quel fratello che non avevo. Lui aveva un fratello e una sorella più piccoli. La mamma gli era morta alla nascita della sua sorellina e quindi l’aveva goduta per poco. Il padre era pescatore presso la “tonnara” e una zia non sposata (zi’Tutina), sorella della madre, li tirava su come poteva. I due più piccoli, al contrario di Vincenzo, erano tranquilli e docili, di poche parole e il rione li aveva un poco adottati. A volte Vincenzo mangiava a casa mia, altre volte andavo da loro: abitavamo così vicini e mi ricordo che a casa sua si mangiava sempre pesce che il padre portava quasi ogni sera. Zi Tutina li sapeva cucinare in tutte le maniere: all’acqua pazza, al sugo di pomodoro e peperoncino oppure lessati pieni di succo di limone, a volte con aceto e per tutta la casa c’era un odore molto forte di menta, d’aglio e di origano. Sembrava che il mangiare da loro fosse più buono del mio. A mia madre lui chiedeva sempre il minestrone fatto di tante verdure e pasta oppure quando mamma faceva i panzarotti lo vedevi arrivare prima che incominciassero a friggere, era una festa!
Quell’estate la salute di Vincenzo vacillò; lui che era il più forte, il più agile, nel giro di poco tempo si ammalò gravemente. Le grida spaventose, disumane arrivavano sopra casa mia e invadevano il rione, la gente si riuniva sotto il portico buio di casa sua che dava sulle baracche. Nessuno sapeva cosa fare. Mia madre e la “Russulella” con la figlia più grande stavano sempre a casa di Vincenzo, mattina e sera, io e le mia sorelle passavamo le giornate dalla famiglia della “Russulella”. La vecchia Caterina e mast’Alamo si spostò, di sera, con tutto il gruppo di preghiera del rione sotto il portico della casa di Vincenzo per la recita del rosario. Il medico, maestoso e barbuto, col bastone, veniva quasi tutti i giorni e penso che anche lui non sapesse cosa fare. Una volta durante la malattia chiesi a mia madre se potevo vedere Vincenzo, dopo tante insistenze mi concesse di entrare presso l’amico insieme a lei. Rimasi atterrito dallo sguardo dei suoi occhi enormi che mi fissavano senza dire una parola. Ne fui così scioccato che durante la malattia non chiesi più di vederlo. Vincenzo gridava, si lamentava, invocava la mamma morta chiamandola mammarella affinché lo venisse a prendere. Per la prima volta sentii parlare delle sanguette che erano specie di vermi neri che gli mettevano sopra le spalle per tirargli il sangue, allora le grida erano ancora più disperate. Una mattina, appena svegliato, mia madre mi disse che Vincenzo, alle prime ore del giorno, se n’era andato in Paradiso dalla mamma. Anche se ci avevano preparati nel dirci che Vincenzo in breve tempo sarebbe tornato dalla mamma, la notizia fu uno shock enorme per tutti i ragazzi del rione perché lui era il più audace, il più combattivo. Mi ricordo che tutte le ragazze col vestito bianco della prima comunione, tantissimi ragazzi più grandi di noi col grembiule scolastico, anche se era estate e le scuole chiuse, tutti si recarono in processione lungo via C. Colombo che è lunga e stretta fino alla chiesa della parrocchia. Le ghirlande erano fatte con fiori di oleandro bianco. L’odore intenso e nauseante di quel giorno d’estate mi ha perseguitato per tantissimi anni. Non partecipai al corteo perchè troppo piccolo ma potevo seguirlo da casa benissimo. Specialmente riuscivo a vedere molto bene la marea di partecipanti arrampicarsi per l’ultimo tratto della salita come un serpente strisciante fin su Montevico. Qui alla vista della bara, il suono della campanella della torre saracena, da cui è ricavato il cimitero, sembrava dicesse: “vientenn che si arrivat”!
Anche l’asino di Ciccione che tornava sopra Mezzavia con quell’aria pacata e lenta sembrava triste e ogni tanto si girava indietro perché non c’era Vincenzo a tenergli la coda. Durante il percorso buttarono dei confetti sulla piccola bara bianca che nessuno raccolse mai… In altri momenti i ragazzi si sarebbero azzuffati per accaparrarseli. In quell’occasione rimasero a terra!

L’acconciatian e non solo

A Mezzavia il mio punto di riferimento era la famiglia della “Russulella” il cui capo famiglia Pasqualino era pescatore e possedeva una barca e 4 figlie femmine: 2 more (Assunta e Restituta) e due bionde (Nannina e Consiglia) che erano bellissime coi capelli e gli occhi chiari e una voce suadente. Cantavano nel coro della parrocchia e rappresentavano sempre la Madonna quando si faceva il presepe vivente nel periodo natalizio o qualche recita nel paese. Proprio per mancanza di figli maschi in famiglia mi adottarono, in un certo senso, anche perché mamma aveva fatta da madrina di comunione a una delle figlie che fino a tarda età cantava l’Ave Maria di Schubert in occasione di matrimoni. Le ragazze erano molto più grandi di me. Ognuna di loro, come la mamma, aveva una bontà innata. Passavo molte ore a casa loro dato che quel vicolo era il più popolato da bambini della mia età. Anche Vincenzo stava sempre con me e si godeva la protezione delle sorelle ma lui era molto più smaliziato di me. In questo vicolo si fermavano tutti gli artigiani dell’epoca che venivano da Napoli o dall’entroterra napoletano. L’acconciaombrelli: era secco e lungo, proprio come il manico d’ombrello di don Luigi Ciannelli che abitava nel palazzo sovrastante il rione di Mezzavia. Don Luigi me lo ricordo sempre lo stesso, coi capelli grigi, diritto come un fuso, col vestito e cappotto nero e l’immancabile ombrello: molto british. A pochi metri lo seguiva la moglie piccola e curva, non si fermavano a parlare mai con nessuno. Si diceva che fosse imparentato con Luisa Nesbitt, grande benefattrice, a cui era dedicato un vicolo delle baracche di Mezzavia. Anche “l’acconciatian” si fermava qua, nello spazio antistante la casa della “Russulella”. Di fronte c’erano delle baracche diroccate e Pasqualino le aveva pulite per bene: oltre a tenerci un recinto per le galline e un bosco di basilico, aveva ricavato uno spazio per stendere il bucato. In quest’area si accomodavano i vari artigiani di passaggio. Quando arrivava “l’acconciatian” lo spazio si riempiva di piatti colorati, spaccati, di tutte le dimensioni, molti di essi avevano già una riparazione precedente: “tiani” marroni di creta che servivano per cucinare il coniglio all’ischitana. Essi venivano usati la domenica anche per cuocere il ragù. C’erano “arciuli” per il vino che qualche bevitore, sbadato oppure annebbiato, aveva fatto cadere sul pavimento; “scafaree” per fare la conserva di pomodoro o condire le olive; cufunaturi (tinozze di terracotta) di varia grandezza, piccoli, medi, grossi, generalmente venivano usati per lavare i panni. Questo tipo di vaso di terracotta, a forma di tronco di cono, largo sopra e stretto sotto indicava anche la forma di un sedere di una ragazza che oltre ad essere a forma di pera o di mandolino come “Lillina” poteva essere “comm nu cufunaturo” se era esageratamente largo e tozzo. Questo vaso di terracotta veniva usato per lo più per fare la “colata” o per insolfare la paglia. La “colata” era un rito lungo e faticoso: c’erano “e lavannare” che godevano di ottima salute e andavano in giro a fare il bucato per tutto il paese. Le lenzuola venivano insaponate con sapone cremoso di Marsiglia, di poi lasciate in bagno per una notte, sciacquate e sistemate nei “cufunaturi” che avevano un buco laterale alla base. Il tutto veniva coperto da un telo spesso detto cenerario. Separatamente si bolliva dell’acqua con dentro varie foglie di piante profumate come il lauro o foglie d’arancio, bucce d’uova e cenere; a fine bollitura si rovesciava il tutto nel “cufunaturo” e lentamente l’acqua penetrava nella tina sbiancando e purificando. Dopo la pausa notturna, si toglieva il tappo dal buco e l’acqua fuoriusciva, ancora un’ulteriore sciacquata e la biancheria veniva stesa al sole.

Parte della baracca diroccata veniva usata da Raffaele e’ Cristina che confezionava scope con delle corde chiamate “e riest”. Qui aveva tutte le attrezzature necessarie per la sua attività. Queste corde doppie erano grossolanamente aggrovigliate fra loro, di colore verde somigliavano ai rotoli di crine per materassi. Raffaele prima di usare le corde le teneva per circa una settimana a mollo a mare, attaccate con una fune alla banchina, di fronte al Fungo. Alla fine la corda non era più ispida e pungente, i fili a contatto con l’acqua diventavano morbidi e facili da manovrare. Con mano esperta e veloce li avvolgeva intorno a una mazza e li stringeva con una corda in fili alternati sulla sommità dove poi veniva inserita una canna, come ultima operazione tagliava il superfluo. Raffaele lavorava alla tonnara, la moglie e i figli l’aiutavano a confezionare scope e scopini per i pitali. Dalla sua famiglia si approvvigionavano tutte le massaie di Lacco Ameno. Fornivano i vari empori del paese e dell’isola. Con l’avvento delle scope di saggina e poi quelle di plastica l’attività di Raffaele scomparve.

La palura di Mezzavia

La palura era gestita in modo efficiente e intensiva dalla famiglia di “P’ppin” e “Filumena”, donna piccola e severa con numerosi figli. Bravissimi erano Alissandr e Lionor che a fine estate andavano per tutti i rioni di Lacco Ameno a spurgare i pozzi neri al grido di “iamm cu a tricofilina”, caricavano sull’asino il contenuto dei pozzetti che non puzzavano come adesso. Come raccontato precedentemente non tutti erano disposti a cedere i resti delle fosse settiche perché molti li adoperavano come concime nel pezzo di terra che coltivavano a vite oppure a ortaggi. Alissandr allevava, coi suoi familiari, anche galline e polli, maiali e conigli. Di concime ne aveva tanto ma mai abbastanza per quanto era il terreno da coltivare. Solo da loro i cavolfiori e le cappucce crescevano rigogliosamente. Le nostre mamme ci dicevano che noi bambini eravamo nati sotto una “cappuccia”. Al ritorno dall’asilo, passando per la palura, indicavamo quella da cui eravamo nati; le cappucce erano verdissime all’esterno e quasi bianche all’interno. I pomodori per l’insalata erano grossi come “cape e criature” ed erano saporiti come prosciutto crudo dolce, diceva P’ppin. Per fare ”e’piennul” i pomodori col pizzo erano i più richiesti perché si conservavano più a lungo; servivano per condire d’inverno le insalate con patate lesse, “scarola terciute”, per il coniglio all’ischitana e mille altri usi. I pomodori detti “ceraselle” venivano usati per fare la salsa da conservare nelle bottiglie. Vincenzo era il più audace di noi tutti, mangiava i pomodori come fossero albicocche e riempiva lo stomaco al ritorno dall’asilo. Anche le melanzane venivano prodotte in grandi quantità e conservate sott’olio. I peperoni rossi, verdi, gialli oltre che a consumarli al momento venivano conservati anch’essi.
In un angolo della palura c’era una noria con un asino legato con assi ad una ruota che girava intorno al pozzo termale. Intorno alla ruota c’erano dei secchi che pescavano l’acqua dalla fonte calda e la versavano in una vasca chiamata “pischera”. Le donne di Mezzavia, col permesso di P’ppin, andavano a lavare i panni nell’acqua calda senza l’uso del sapone. Quest’acqua toglieva veramente le macchie impossibili specialmente quelle di cacca di noi piccoli. A sera, quando l’acqua della pischera s’era raffreddata, P’ppin tramite una canalizzazione da lui architettata inondava tutta la palura, facendo attenzione a che l’acqua non bagnasse le radici degli ortaggi. Quell’acqua successivamente fu utilizzata, per i suoi poteri terapeutici, a curare gli acciacchi dei turisti accorsi sull’isola da tutto il mondo.
Alle palure si approvvigionavano sia le famiglie di Mezzavia che quelle dell’Ortola comprando i pomodori per fare la salsa da conservare. Anche questo lavoro era un rito. Ogni componente della famiglia svolgeva un ruolo. Noi bambini dovevamo portare le bottiglie vuote in riva al mare per pulirle con sabbia e “vriccilli”. Agitando il tutto con l’acqua di mare le impurità presenti nelle bottiglie andavano via. Dove la salsa dell’anno precedente aveva formato delle incrostazioni adoperavamo rami di mirto. Le bottiglie erano preziose perché scarseggiavano: il più delle volte erano bottiglie vuote che mio padre portava in grossi sacchi di juta dalle navi quando sbarcava. Erano di colore verde scuro, rosso intenso, marrone, dalle forme più strane, quadrate, rettangolari, allungate ma tutte robuste e portavano scritte in tutte le lingue. Forse questo è stato l’inizio della mia passione per le lingue straniere: bottiglie di Cointreau, di Porto, Chartreuse, champagne, cognac, whisky, gin, guai a romperne una, erano botte! Anche in queste occasioni Vincenzo metteva in crisi le mie sorelle o altri ragazzi nascondendo le bottiglie e mandandole a fondo lontano dalla riva dove noi piccoli non potevamo andare non sapendo nuotare. In questo caso era qualcuno più grande che le recuperava. Dopo averle lavate tornavamo a casa e le bottiglie venivano risciacquate con acqua dolce e messe a scolare in delle ceste lunghe di legno.
Per strada non avresti trovato mai un secchio rotto, fuori uso: questi recipienti venivano usati per piantare basilico, piperna, maggiorana o rosmarino. Adesso che ci penso non passava il camion della spazzatura, c’era solo uno spazzino che puliva le strade. Ogni baracca aveva davanti all’ingresso “u nanzporta” (porticina di legno davanti all’ingresso per tener lontano gli animali) e montagne di piante aromatiche che venivano bagnate con la poca acqua che era servita a lavarsi la mattina o con l’acqua della pasta. Le piante di basilico erano interrate nei “cufunaturi” (tine di terracotta) fuori uso, ormai irrecuperabili, in orinai di zinco, in cantarielli; tutto veniva riutilizzato. Mai viste zanzare. D’estate tutti dormivano con le finestre o porte aperte, la privacy era protetta da una tenda. Tutti sapevano tutto di tutti. Era una grossa famiglia anche se, come in ogni famiglia che si rispetti, non mancavano “appicichi” e “chiaitamienti”. C’era Vincenzo che a volte creava delle situazioni per far bisticciare due donne, specialmente se sapeva che una delle due era un po’, come si suol dire, un tipo irascibile. Le questioni succedevano sempre d’estate. Nonostante gli insulti e le botte, nel tardo pomeriggio, le donne che al mattino s’erano azzuffate si ritrovavano sui gradoni della casa di Catarina “e mastalamo”, assieme a grandi e piccini per la recita del rosario.

L’appartamento di C.Colombo

L’appartamento si affacciava su via C. Colombo, anche qui il panorama che si godeva era un incanto. La veduta di Montevico era quasi completa, era interrotta solo in un lato dall’edificio scolastico fatto innalzare da Mussolini. A mezzogiorno, quando eravamo a tavola, si godeva l’ampia vista di Varulo con le barche a remi o a vela che solcavano il mare, altre che sostavano coi tendoni stesi per riparare dal sole i pescatori intenti a svolgere i loro lavori. Questo panorama idilliaco sono sicuro abbia influenzato il carattere pacato degli abitanti di Lacco Ameno.
Sotto, di lato, in via C. Colombo abitava il mio amico Vincenzo che era di qualche mese più grande di me. Andavamo assieme all’asilo e come tutti i bambini del rione Mezzavia andavamo da soli a scuola, i genitori ci controllavano con lo sguardo da lontano. All’asilo il nostro gruppo era affidato a Suor Gigliola, giovanissima e dolcissima suora di origine veneta. A quell’epoca i Veneti erano un po’ come i meridionali, espatriavano in cerca di lavoro. La suora era poco più alta di noi, la consideravamo come una sorella maggiore, si rotolava per terra, ci insegnava la dottrina e i primi rudimenti della scrittura. In cucina c’era Suor Gioconda, veneta anche lei, già il nome era indicativo, era mastodontica, con gli occhi verdi di gatta e con voce roca minacciava noi bambini col mestolo: se non avessimo mangiato il piatto, avrebbe mangiato tutto lei! Figuriamoci, con la fame che c’era, mangiavamo il tutto in quattro e quattro otto.
L’asilo si trovava nell’attuale municipio di Lacco Ameno e la veduta da via C. Colombo a piazza Santa Restituta era completamente libera. In questo spazio si trovava la “palura” che era un terreno pianeggiante che si estendeva dal palazzo Ciannelli di via C. Colombo fino a piazza S. Restituta. In seguito in quest’area il commendatore Angelo Rizzoli, nuovo proprietario, costruì la “casa rosa” per il personale degli alberghi, il night club “O Pignatiello”, il garage con sopra ancora camere per il personale, una giostra, 2 campi da bocce, 2 campi da tennis, 18 piste di mini-golf, la fangaia, il cinema Europeo, l’Albergo “la Reginella” con annesso stabilimento termale.
Anche la palura apparteneva precedentemente ai Calise Piro che erano proprietari praticamente di quasi tutta Lacco Ameno: dalla Marina fino al Fango. A quell’epoca il paese contava 2500 anime. Le famiglie venivano indicate non per cognome ma per soprannome come: “capemorte”, “pescetata”, “c…lasn”,”cularuss”, “ciccione”, “spogliacrist”, “pacione”, “ciacione”, “capepurp”, “capemurena”, “u’chiacchiarone”, “c…efierr” e tanti altri nomi molto pittoreschi. I nomi e cognomi erano tutti uguali, non solo nella nostra famiglia. Di Giuseppe De Siano, nel paese di Lacco Ameno, se ne contavano sei: 4 cugini e questo ci provocava una crisi di identità. In compenso rinnovando i nomi potevi risalire facilmente al ceppo originario di ognuno di noi. Il soprannome della famiglia di mia madre era “ambruos”, quello di mio padre “u’cacciator”.

Un ricordo indelebile è u’ciuccio e Ciccione.
Ciccione abitava nella località “Sopramezzavia” con la sua tribù di figli e nipoti. Avevano un asino chiamato “baston” che scendeva con il capofamiglia in paese per fare gli approvvigionamenti per la numerosa prole e di conseguenza passava sotto casa nostra in via C. Colombo. A scendere, l’asino era accompagnato dal padrone, a salire l’asino tornava da solo perché Ciccione si fermava a fare una partitina a carte con gli amici, tanto il carico dell’asino nessuno mai l’avrebbe toccato e “baston” ormai conosceva la strada. L’unico ostacolo poteva essere Vincenzo che, come lo vedeva, gli andava incontro, lo teneva per la coda per un bel tratto e poi tornava indietro, mentre l’asino continuava il suo percorso.

Il Juke box

Dalla tenda del mio balcone vedevo la motonave “Ischia” lunga come un serpente che rompeva con la prua diritta il mare calmo, creando una scia di schiuma bianca. Davanti a noi in lontananza c’era il palazzo dei Calise Piro che ostruiva, parzialmente, la vista del mare e attraverso il tetto di questo edificio intravedevo prima il fumo, poi il fumaiolo e poi velocemente la nave tutta ma a pezzi che andava ad attraccare al pontile di Lacco. Questa nave era utilizzata per la linea Napoli – Ischia da poco tempo perché era stata adoperata durante l’ultima guerra e quindi rimessa a nuovo. Con lei volava la mia fantasia e il desiderio di andare in America per conoscere il mio tanto amato zio Giuseppe che scambiava un’intensa corrispondenza con mia madre, sua sorella minore. Ogni volta che mia madre apriva la lettera ci trovava un dollaro. Anche la voglia di vedere mio padre era fortissima perché faceva viaggi di lungo corso, mi sarebbe piaciuto conoscere quelle città che lui tanto decantava: Marsiglia, Baltimora, Curaçao, Tokyo, Bangkok e tante altre destinazioni. Il piroscafo Ischia arrivava di pomeriggio ed era atteso dai pescatori della “tonnara” che l’aspettavano sulle barche ormeggiate all’ombra del “Fungo” per consegnare il pesce pescato che sarebbe stato trasportato sul continente.
Mia madre aveva ricevuto, grazie a un parente di ritorno da una visita ai fratelli “americani”, come regalo una radio che nessuno possedeva nel rione di Mezzavia. Nei pomeriggi primaverili o la domenica, la radio trasmetteva un programma di “Musica leggera”. I giovani di Mezzavia e del rione Ortola, si riunivano nello spiazzo in terra battuta sottostante il nostro balcone, chiamavano a gran voce Rosà (Rosanna, mia sorella) metti la “Luna rossa”, “O surdato ‘nnammurato”. Tutte richieste a mo’ di Juke box. Qualsiasi motivo di canzone capitasse, col volume al massimo, tutti cantavano a squarciagola con immensa gioia e allegria; altri si muovevano con maestria, scalzi, al ritmo della musica: dal Mambo al Boogie Woogie dalla Samba al Charleston. La più scatenata di tutti era Annarella “a iatta morta”: le avevano dato questo appellativo perché era indolente e se ne fregava di tutto ma quando ballava diventava un’altra persona, la musica si impossessava del suo corpo, specialmente il boogie, non la tenevi più. Non erano solo i ragazzi e le ragazza giovani a ballare ma anche persone non più giovani che qualche anno prima avevano ballato questi nuovi balli con gli Inglesi e gli Americani. Anche se ero poco più che un bambino, ero così incantato da questo spettacolo da voler che la musica non finisse mai per vedere ballare all’infinito Lillìn “cul a mandulin” che imitava alla perfezione Silvana Mangano ballare nel film “Riso amaro”.

Questi erano i momenti belli e spensierati perché la stessa radio, d’inverno, ci teneva incollati ad essa insieme ad altre persone di Mezzavia e altre che giungevano da altri rioni di Lacco. Molti di esse avevano mariti, figli, genitori come il mio che navigavano. La stanza, dov’era sistemata la radio si riempiva di persone infreddolite e bagnate dalla pioggia. In quell’occasione mamma preparava tè caldo che mio padre portava dai viaggi ed era ancora avvolto in dei sacchetti di panno di colore beige. La nostra casa si trovava al terzo piano del livello del rione. Quando c’era il vento di tramontana, il forte vento ululava attraverso gli spifferi che non riuscivi mai a eliminare nonostante i sacchetti di sabbia e di segatura confezionati per l’occasione. Era terrificante ascoltare per radio, con attimi di pausa interminabile, dopo il segnale orario delle 20,00 la sigla del Radiosera. Già la sigla incuteva ansia e attesa spasmodica. La paura, il terrore aumentava quando c’erano dei naufragi: quante navi spezzate in due come fuscelli, capovolte o peggio ancora affondate! Allora quell’apparecchio, che tanto amavi di giorno quando trasmetteva musica, diventava un tutt’uno col mare agitato e l’ululato del vento. Non c’era settimana che non comunicasse naufragi, specialmente d’inverno. Le chiese dell’isola ed in particolare la sacrestia della basilica di Santa Restituta erano piene di quadri votivi che rappresentavano un piroscafo semi affondato, con volti disperati di naufraghi che nuotavano fra onde gigantesche. Altri quadri, lasciati per grazia ricevuta, riportavano le immagini di persone e sotto le loro foto scafi della nave superstite. Ma tanti volti non sono stati mai rappresentati perché né i corpi né le navi sono stati mai recuperati.

Ischia prima di Rizzoli

E’ difficile spiegare oggi come facessero gli isolani a sopravvivere senza acqua corrente negli anni precedenti la venuta di Angelo Rizzoli sull’isola d’Ischia. Anche qui provo a spiegare quel momento storico attraverso la mia esperienza.
Come detto in precedenza, dopo il terremoto del 1883 il grosso degli abitanti di Casamicciola, Lacco Ameno e Forio furono sistemati in delle baracche di fortuna. Non c’erano pozzi di raccolta d’acqua comune e l’unica fonte potabile e libera per l’approvvigionamento era quella del “pisciariello” in via IV Novembre. Con l’uso quotidiano di quest’acqua gli abitanti di Lacco Ameno si distinguevano dagli altri isolani per il colore scuro dei denti per la composizione di essa. Si diceva che i lacchesi avessero i denti “cacati”. Nei rioni ci si arrangiava. I proprietari delle case che non avevano subito danni dal terremoto mettevano a disposizione le loro cisterne d’acqua piovana al fabbisogno dei vicini. L’acqua era un bene prezioso! Molto spesso erano presenti, presso privati, delle sorgenti d’acqua leggermente salata ma buona per qualsiasi uso domestico e molti attingevano l’acqua a queste fonti. L’acqua del “pisciariello” con un sol rubinetto disponibile doveva soddisfare la sete di tutti i locali e, d’estate, anche dei turisti che stavano in fitto. Nacquero così le acquaiole che si recavano alla fontana per attingere acqua: la più conosciuta era Chiarina, piccolina, ben piantata, che era capace di trasportare, senza fermarsi per strada, un’anfora in testa e due sui fianchi colme d’acqua. Con le mance ottenute da questi servizi Chiarina tirava avanti la sua famiglia. Molto spesso succedevano scontri nella fila per approvvigionarsi. Bastava un movimento incauto e le anfore si rompevano per non parlare dei boccioni di vetro che al minimo contatto si frantumavano in mille pezzi. Allora le zuffe erano violente e pericolose specialmente per i vetri rotti, molti di noi eravamo scalzi. Quando tornavi a casa senza bottiglie o anfore (mummule e lancelle) ti aspettava un caloroso “paliatone” dai tuoi genitori senza sentire ragioni.

All’esterno di ogni baracca c’era un pozzetto nero dove venivano scaricati sia i “pisciaturi” (orinali) che i “cantarielli” (vaso per solidi). Ogni anno a fine settembre passavano “Alissandr” e “Leonora” che al grido di “iamm cu a tricofilina” (era il nome di una marca di brillantina profumata per capelli) svuotavano in allegria i pozzetti biologici di cui non tutti erano disposti a dare via il contenuto, dal momento che ognuno aveva un orticello ed esso serviva loro come concime. Le famiglie erano molto numerose e capitava spessissimo che i pitali fossero insufficienti allora si andava a fare i propri bisogni all’aria aperta, in qualche vicolo abbandonato, nel terreno circostante e molto spesso sugli scogli o sulla spiaggia. Per non attirare mosche o spandere il puzzo, gli escrementi venivano coperti con della sabbia o terreno. Non di rado capitava che ci andassi con il piede dentro e affiorava tutto fra le dita dei piedi. Una sera, mentre mi trovavo con altri bambini a casa di don Luigi, il parroco, fui colto da un bisogno impellente di andare in bagno, qualcuno mi mostrò il servizio dove non ero mai stato prima. Accesi la luce e, meraviglia delle meraviglie, la stanza era enorme, tutta bianca dalle pareti ai pavimenti. In un lato c’era una vasca di marmo chiaro e tutt’intorno dei vasi di porcellana bianca che fuoriuscivano dal pavimento. Non sapevo quale di essi usare, ai miei occhi sembravano tutti uguali con la differenza di uno vaso che era coperto, usai quello col coperchio. Quando mi liberai, bastò abbassare una leva e tutto ritornò al bianco originario. Fino a un momento prima mi consideravo fortunato perché il “bagno” di casa mia era fuori al terrazzo, in una casupola con vista mare, a differenza degli altri che l’avevano in un buco fuori l’uscio di casa. Fu quello il mio primo incontro con una sala da bagno!

1883, il terremoto

Il terremoto del 1883 ha frenato lo sviluppo turistico e l’evoluzione naturale dell’isola d’Ischia. Famiglie intere emigrarono verso le Americhe. Il paese si spopolò, rimasero poche famiglie e tante persone anziane. La ripresa era molto lenta. Si viveva di pesca e quello che si riusciva a ottenere dalla campagna. In compenso, specialmente noi di Lacco ci sentivamo avviluppati, avvolti nella tranquillità antica che il paesaggio tutto emanava. Questa tranquillità protetta, impenetrabile, era data anche dalla conformazione morfologica del posto. Il monte Epomeo, dominando il paese, mi ha sempre ricordato un quadro che campeggiava nel refettorio dell’asilo in cui era raffigurato un maestoso Gesù Cristo seduto sotto un grosso albero, con le braccia aperte e in grembo i bambini di ogni colore e razza, la didascalia diceva: lasciate che i pargoli vengano a me. L’Epomeo, come Cristo in quel quadro, abbraccia completamente il paese di Lacco Ameno da Est a Ovest. Questo abbraccio mi trasmette ancora serenità e sicurezza. In gioventù restavo per lunghi periodi all’estero, quando mi prendeva un po’ di nostalgia, bastava dare uno sguardo a delle cartoline di Lacco che avevo con me per superare quel momento di scoramento e sentirmi di nuovo caricato e rinfrancato.

A seguito del terremoto molte famiglie di Lacco Ameno rimasero senza abitazione e gli sfollati furono sistemati in baracche, dette beneventane, nelle zone che non ebbero particolari danni. Queste zone divennero gli attuali rioni: il Capitello che è all’inizio del paese, venendo da Casamicciola. Più a monte il rione di Lacco di sopra, i cui abitanti vivevano esclusivamente di agricoltura. Il rione Mezzavia dove c’erano agricoltori e pescatori ed in fine, alle spalle della chiesa di Santa Restituta, il rione Ortola, il più popoloso dei quattro, composto per la gran parte di pescatori.
Ogni rione rappresentava un guscio di protezione per ogni ragazzino, era un’unica grande famiglia. La mia casa, che era in fitto, si trovava fuori dal nucleo delle baracche, in via C. Colombo. L’appartamento era in posizione molto strategica, dal punto di vista panoramico, ciò non toglie che ci sentivamo precari perché il padrone di casa la chiedeva indietro a meno che non dessimo un aumento. Ancora oggi è rimasto quasi intatto. Solo il panorama è cambiato. A Nord c’era un ampio balcone, dove all’inizio del periodo estivo mi creavo la mia capanna con qualche pezzo di stoffa “americana”. Un mio zio, emigrato a Brooklyn, puntualmente ogni anno mandava un pacco, dove metteva dentro tanti vestiti di raso lucido da donna molto eccentrici che mai nessuno poteva utilizzare sia perchè la taglia non corrispondeva a nessuno in famiglia, sia perché erano troppo eleganti e non c’era l’occasione per sfoggiarli. Se uno avesse indossato uno di quegli indumenti sarebbe stato rinchiuso in manicomio oppure preso in giro per strada. Mamma molto sapientemente riusciva a ricavarne pigiami, gonne, camicette, sottanine per le mie sorelle. Ricevere un pacco era una gioia immensa. Esso era avvolto in una stoffa bianca con ceralacca rossa o nera come sigillo. Le mie sorelle erano eccitatissime perché tra gli indumenti trovavamo qua e là dei cioccolatini tipo baci perugina in miniatura che ci procuravano un grande piacere oppure delle barre di cioccolato con l’involucro marrone dal gusto unico, che mi è rimasto impresso per tutta la vita. Da considerare che all’epoca una barretta di cioccolata era pura utopia. Le mie sorelle erano considerate delle fortunate perché c’era sempre una sorpresa per loro. Una volta in uno dei pacchi, avvolte per bene nella stoffa, zio Giuseppe aveva nascosto due bambole di gomma, una coi capelli neri e l’altra con le trecce bionde, che capovolgendole lentamente emettevano un suono. Queste bambole divennero presto delle reliquie, anziché giocarci, le mie sorelle le custodirono gelosamente fino a prima di sposarsi. Ci sentivamo veramente dei privilegiati. Anche per me c’era sempre una sorpresa. Uno dei miei cugini faceva “da comparsa” in film americani, mi arrivava anche qualche pistola finta, oppure a volte un pallone. Una volta addirittura ne ricevetti uno di quelli ovali da rugby, con camera d’aria e gonfiatore, ma restò inutilizzato perché nessuno ci sapeva giocare. Più tardi ne ricevetti un altro, coloratissimo del tipo super-flex, che sobbalzava appena lo toccavi. Un tiro un po’ più forte e ci sfuggì dalla presa, in un attimo andò a finire sotto l’autobus, l’unico che passava per il paese!

La mia Ischia di Rosa Thea Polito

Un ringraziamento a mia moglie Rosa Thea Polito per la bellissima dedica della sua prima opera:
una guida personalizzata sull’isola d’Ischia con tanti simpatici ricordi e informazioni.

La mia Ischia
Scoprite i segreti dell’isola d’Ischia con una guida ai luoghi più amati dagli abitanti. Le descrizioni sono arricchite da episodi di vita vissuta dall’autrice,cosa che vivifica le tradizioni e umanizza i personaggi.Sono stati toccati aspetti che non sono presenti in altre guide dell’isola di Ischia proprio per farne qualcosa di originale e di utile.

De Siano Tommaso Nicola Andrea Francesco

Dopo il terremoto del 1883 e le due guerre mondiali l’isola aveva subito un calo di notorietà e di presenze turistiche non indifferente. Specialmente Casamicciola, che prima era famosa in tutto il mondo quale località termale, dopo questi avvenimenti veniva ricordata solo per il terremoto. In effetti il nome “Casamicciola” entrò nell’uso comune per indicare una calamità o distruzione.
Grazie al grande lavoro svolto dal Dr Buchner sia come archeologo che come scrittore (ha racchiuso parte della sua esperienza di ricercatore nel libro “Gast auf Ischia”), conosciamo le origini dell’isola d’Ischia fino al terremoto del 1883. Questo libro è stato tradotto dal tedesco in italiano dall’encomiabile impegno del Prof. Nicola Luongo. L’autore si sofferma anche sulla vocazione turistica dell’isola mettendo in risalto la parte principale rappresentata da Casamicciola, Ischia Porto e Lacco Ameno. Nelle menzioni del Buchner spicca la personalità del canonico Don Tommaso De Siano che si può considerare uno dei primi “albergatori” dell’isola. Infatti egli, con grande competenza e disponibilità, accolse nel secolo XIX, nella sua “Villa De Siano” alla località Pannella di Lacco Ameno, re, regine, principi, poeti, scrittori, pittori, artisti di gran fama. Fu proprio il re di Baviera ad insignirlo della massima onorificenza regale. Come si legge nella Rassegna d’Ischia del Prof. Giovanni Castagna:
“Il 19 settembre 1839 arrivò la «tanto agognata» onorificenza dell’Ordine di San Michele da parte del re di Baviera e Don Tommaso festeggiò l’evento con canti, danze e fuochi d’artificio il 29, giorno di San Michele.
De Siano Tommaso Nicola Andrea Francesco nacque a Lacco il 30-11-1766 da Scipione e Piro Andreana Ferma. Era parente del sacerdote dottor fisico Francesco De Siano, autore dell’opera «Brevi e succinte notizie di storia naturale e civile dell’isola d’Ischia»”
“Paolo Buchner scrive: «Orgoglioso della sua clientela nobile, nel 1850 appese nella sala da pranzo, sotto vetro e cornice, un elenco di tutti i reali che avevano soggiornato da lui. Vi si poteva leggere:
Villa Pannella intitolata per antonomasia Quisisana per la salubrità del suo clima e la giocondità del sito nella cui amena campagna sorse dal cavalier canonico don Tommaso Siano il casino il quale ha avuto l’alto onore di alloggiare sette Augusti Monarchi: S.M il Re Francesco I, S.M. il Re Ferdinando II, S.M. il Re Leopoldo del Belgio, S.M. il Re di Sardegna Carlo Felice di Savoia, S. M. il Re Guglielmo Würtemberg, S.M. il Re Massimiliano, l’attuale Re di Baviera, S. M. il Re Ludovico I, padre augusto di Massimiliano, il quale con molto giovamento ha respirato per ben tre volte in diverse stagioni, unitamente ai bagni termominerali, l’aria salubre di sì bello e lieto soggiorno, per cui sempre esclamava: Oh! beata Villa Pannella, oh, quanto sono gaie le tue ombrose valli, i verdeggianti colli; oh! dimora, oh dolce dimora!
Il canonico era un mio antenato. (Buon sangue non mente!) Di tanto sfarzo e lusso conservo come reliquia i resti di una statua in terracotta rappresentante un bacco a cui abbiamo dato il nome di “core cuntent”, per la sua simpatia e accattivante espressione, risparmiata dalla furia degli elementi”
In questi miei ricordi vorrei narrare le tappe del passaggio di Lacco Ameno e dell’intera isola d’Ischia da località marinare-rurali a località turistiche di fama internazionale attraverso la mia esperienza lavorativa e di vita. Parto con i miei ricordi da un’epoca in cui l’isola d’Ischia non aveva subito ancora il radicale cambiamento, ancora prima della venuta del Commendatore Angelo Rizzoli. Dall’oblio durato lunghissimi anni alla repentina ascesa a stazione termale alla moda.
Tra gli anni 50 e 60 del 1900 ero un ragazzo ed insieme ai miei coetanei vivevamo una vita spensierata, trascorrevamo molto tempo per le strade del paese, dal momento che per noi ragazzi non c’erano pericoli di sorta all’aperto. Fortunatamente mia madre e le mie sorelle mi lasciavano molta libertà perché in famiglia, non essendo presente mio padre navigante, avevamo un caporale che ci impartiva con dolcezza regole ferree. Infatti mia madre aveva avuto lei stessa una buona educazione perché, con l’azione cattolica, aveva vissuto in mezzo a donne rette e preparate che costituivano l’eccellenza dell’epoca. Oserei dire che mamma era moderna per la sua epoca perché, impartite le sue lezioni, riusciva ad ottenere da noi il rispetto dei suoi principi: senza un padre vicino eravamo responsabili e per l’epoca che vivevamo non erano concepibili sbagli, data la scarsità dei mezzi. Per questo tipo di vita e di ambiente mi sento un fortunato perché ho avuto l’opportunità di stare a contatto, oltre che con i compaesani, con tanti tipi di persone di diversa nazionalità e ceto sociale. Ho cercato di comprenderne la mentalità: cosa che mi ha molto aiutato nella vita ma soprattutto nel lavoro, in quanto, impegnato nel turismo e come insegnante, mi son trovato successivamente vicino a persone di cui cercavo di soddisfare le necessità o le conoscenze.