Le bottiglie di pomodoro

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Come il sole iniziava a essere un tantino più clemente coi suoi dardi d’agosto, in tutti i rioni e le case di Lacco incominciava il rito delle “bottiglie di pomodoro”.

Anche il suono delle cicale cominciava a calare d’intensità dopo il ferragosto. Mentre le formiche, instancabili, continuavano il loro imperterrito lavoro di accumulo di cibo, in lunghe file indiane, per l’inverno.

Verso l’ultima decade di agosto iniziava l’arrivo dei bastimenti al pontile di Lacco provenienti da vari punti della Campania: da Mondragone a Pozzuoli portando sull’isola grosse quantità di merci che servivano come riserva per il periodo invernale. Dai meloni bianchi che venivano appesi in quadrati di rete o con funi ottenute con la rafia ai vari tipi di legumi. C’era lo strillone che girava per tutti i rioni del paese annunciando i differenti tipi di merce.

Camioncini arrivavano da località campane e trasportavano l’oro rosso: il pomodoro proveniente dall’entroterra, all’epoca orgoglio nazionale, uno dei simboli più amati ed apprezzati in tutto il mondo!

Questi mezzi portavano quintali di pomodori rossi: il più delle volte erano i cosiddetti “San Marzano” che sull’isola non si coltivavano perché richiedevano parecchia acqua.

Mia madre ne comperava alcune “sporte” e li mischiava con i pomodori che acquistava da Giannina sopra al Fango. Questa donna coltivava nel suo terreno: “e’cerasell” che erano molto più piccoli ma più densi di succo. Mischiando le due qualità otteneva una salsa abbondante e succosa.

“Fare le bottiglie” era un rito che si ripeteva ogni anno in tutte le famiglie, il lavoro anche se impegnativo era divertente perché riuniva intere famiglie. Come descritto in un altro dei miei racconti, noi ragazzi eravamo addetti alla pulizia delle bottiglie in riva al mare, logicamente quando il mare non era agitato.

“… Noi bambini dovevamo portare le bottiglie vuote in riva al mare per pulirle con sabbia e “vriccilli”. Agitando il tutto con l’acqua di mare le impurità presenti nelle bottiglie andavano via. Dove la salsa dell’anno precedente aveva formato delle incrostazioni adoperavamo rami di mirto. Le bottiglie erano preziose perché scarseggiavano: il più delle volte erano bottiglie vuote che mio padre portava in grossi sacchi di juta dalle navi quando sbarcava. Erano di colore verde scuro, rosso intenso, marrone, dalle forme più strane, quadrate, rettangolari, allungate ma tutte robuste e portavano scritte in tutte le lingue!”…

Il giorno precedente mia madre aveva lavato per bene i pomodori e li metteva ad asciugare in delle ceste avvolti in un vecchio lenzuolo assieme ai rami di basilico.

Al mattino seguente, di buon ora, iniziavano i lavori sul terrazzo di casa o nel “ciardiniello”.  Le mie sorelle si alternavano vicino alla manovella che faceva girare, a mano, la macchinetta producendo la salsa. Era uno spettacolo insolito ed esaltante vedere quella salsa rossa come il fuoco fuoriuscire dai buchi. Scendeva copiosa in una bagnarola di stagno o nelle tine di terracotta smaltate di verde, mentre i semi con le bucce proseguivano il loro tragitto dopo la spremitura, uscendo lateralmente. Molto spesso veniva fatta un’ulteriore passata, fino a quando non uscivano solo i semi. Questo procedimento durava ore perché i recipienti una volta riempiti bisognava svuotarli riempiendo le bottiglie dove c’erano già le foglie di basilico. Tutt’intorno c’era un profumo di pomodoro e un pungente aroma di basilico e origano. Con i pomodori di scarto veniva preparato la salsa per gli spaghetti alla “pizzaiola” per il pranzo del giorno.

In quest’occasione i grandi bevevano vino di “saccapanna” arricchito di fette di “percuochi”e a noi piccoli era concessa la gassosa conservata nel ghiaccio.

Quando le bottiglie erano tutte colme, mia madre si sedeva per terra e con le spalle appoggiate al muro procedeva alla chiusura di esse con una macchinetta di legno. I tappi di sughero venivano immersi nell’olio prima dell’uso e con un martello di legno si spingeva il tappo all’interno della macchinetta per farlo entrare nel collo della bottiglia. Una volta turate, uno spago ne completava la chiusura.

L’operazione più complicata era la bollitura delle bottiglie che venivano adagiate nelle “caulare” di rame, ogni famiglia ne possedeva una. Fra uno strato e l’altro delle bottiglie veniva messo un panno, in modo che durante la bollitura dell’acqua non urtassero fra di loro.

A fine lavoro, mentre mamma avviava il fuoco sotto la caldaia, noi ragazzi, tutti insieme, andavamo a lavarci a mare per un bagno rinfrescante e togliere i semi e gli schizzi di salsa che si erano appiccicati per tutto il corpo durante la giornata.

All’indomani, a fuoco spento, la soddisfazione più grande era di estrarre dalla caldaia le bottiglie tutte intere in modo che il lavoro del giorno prima non fosse stato vano!

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