Ogni rione di Lacco aveva i suoi personaggi particolari.

Quando andavo dai miei cugini nel rione di Laccodisopra, ricordo che c’erano tante figure che mi sono rimaste impresse. “Pezzuottl” che quando passava davanti alla chiesa dell’Assunta non smetteva mai di mandare baci in direzione della Madonna anche se la chiesa era chiusa. Poco distante dalla sua abitazione c’era la baracca di Franciscantonio che aveva una giacca tutta rattoppata e non si capiva la tinta originale di che colore fosse. Assieme a lui vivevano le due sorelle anziane conosciute come “R’tona” e “Pirchiolona”, anche loro non sposate. L’accrescitivo vicino ai nomi fu dovuto al fatto che le due erano rotonde come le donne di “Botero” ma in bianco e nero. Queste due sorelle e il fratello passavano tutti i giorni sotto casa mia per la strada che portava “Sopramezzavia” dove avevano un piccolo appezzamento di terreno e vi trascorrevano l’intera giornata. Oltre a curare la campagna accudivano gli animali domestici. I ragazzi del rione le avevano prese di mira. Le vecchie sorelle rimaste zitelle subivano i dispetti dei bambini che puntualmente di sera facevano una scaricata di pietre sopra al tetto di zinco della loro baracca. A me queste due donne stavano simpatiche perché avevano un viso aperto e sorridente, specialmente la più giovane delle due. Non capivo perché i ragazzi le perseguitassero con dispetti ed epiteti.Fra altri personaggi del rione c’era Melchisedecco detto “Marcsalett u poeta” che componeva poesie. Pensandoci bene, a quell’epoca, c’erano tantissimi nomi provenienti dall’antico testamento: Melchisedecco, Davide, Isacco, Adamo, Baldassarre, Sara, Ester e altri. Nell’Ortola, a centro del rione, c’era la baracca di “Rucchino” che riparava scarpe, il suo locale era il posto dove si radunavano i giovani e i ragazzi che erano attratti maggiormente dai racconti di “Rafael a moccia”, all’epoca non c’era televisione. Raffaele a seguito di una caduta si ruppe una gamba e il medico anziché rimetterla diritta la piazzò col piede aperto verso destra, così il povero Raffaele fu costretto a camminare claudicante con l’aiuto di un bastone. In compenso il malcapitato conosceva a memoria il poema cavalleresco dell’Orlando furioso. I ragazzi erano affascinati dalle storie di Raffaele che era considerato ”istruito”. La sera prima di rientrare i ragazzi del rione accorrevano numerosi per ascoltare i suoi racconti. Un giorno i ragazzi erano assorti a sentire la storia del personaggio Gano di Maganza, il traditore che svelò ai saraceni il segreto di come sconfiggere Orlando che tornava dalla Spagna. In quel momento entrò Salvatore Monti che chiese di ripetere la storia di Cane di Magonza; anzicchè dire Gano disse Cane e da allora “Rafael a moccia” gli appioppò il soprannome di “Can’e magonz” e tutti i compagni da quel momento lo chiamarono così. Questo appellativo è rimasto ed è diventato quasi un nome d’arte e lui non se ne dispiace. Con l’avvento di Rizzoli anche lui trovò una collocazione nel complesso creato dal Commendatore: massaggiatore. S’impegnò nel suo lavoro fino a diventare uno dei più bravi. Alle Terme del Regina Isabella divenne molto famoso: pazienti facoltosi, personaggi del mondo della finanza, della politica, del cinema che frequentavano assiduamente le Terme sono passati per le mani di Salvatore. Lui era molto abile nel capire dove il paziente avesse complicazioni, era talmente bravo che i clienti dopo il massaggio si sentivano rinnovati. Persino Gianni Agnelli lo chiamò a sé al Sestriere nel periodo invernale alla chiusura delle Terme Regina Isabella. Gli Agnelli possedevano la stazione sciistica Sestriere da loro creata fino a farla diventare una delle località alpine più note al mondo. Era frequentata dalla storica famiglia piemontese, tutti i componenti del clan Agnelli ricorrevano alle mani sapienti del nostro Salvatore “Can’e maconz”. Ancora oggi quando approdono in uno dei porti dell’isola passano a salutarlo, persino Lapo Elkan ricorre ancora alle sue cure.C’erano persone anziane che conoscevano la bibbia a memoria. Quando con la famiglia ci spostammo alla nuova casa del Capitello, vicino a noi abitava “zi’ Vicenzin” che era il fratello di mio nonno Giuseppe “u cacciatore”. Mio zio, oltre ad essere un fervente cattolico, conosceva la bibbia a memoria e molto spesso ci raccontava le storie dell’Antico Testamento come Giuseppe venduto dai fratelli, il Figliuol Prodigo, le 10 piaghe che Dio inflisse agli Egiziani per aver impedito agli Ebrei di lasciare l’Egitto, il personaggio di Mosè e tanti altri che catturavano la nostra fantasia e rimanevamo stregati dai racconti e per come sapeva intrecciarli. Ma anche zi Vicenzin aveva il suo lato debole: era goloso. I miei zii raccontavano che a quell’epoca, di venerdì, era proibito mangiare carne. Quel venerdì a casa di zi Vicenzin si mangiava pasta e fagioli che erano stati messi a bagno già la sera precedente per ammorbidirli, per arricchire la pietanza fu messo assieme ai fagioli una bella cotica di maiale ancora coi peli sopra. Arrivata l’ora del pranzo i familiari si resero conto che era venerdì e non si poteva far peccato. Si decise di dare quel boccone prelibato al gatto ma zi’Vicìnzin fu più lesto afferrò la cotica dal coccio e la portò velocemente alla bocca esclamando: “ci along’a jiatt…?!!!”

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