Totonno “u tabaccar”

La tabaccheria di “Totonno” era nel centro del paese, attuale corso A. Rizzoli. Di bar ce n’erano pochi e posti dove passare le serate d’inverno scarseggiavano, la TV non esisteva ancora. In uno dei locali della tabaccheria c’erano un paio di biliardini meglio conosciuti come “calcio balilla”. Qui si rotrovava tutta la gioventù del posto, specialmente ragazzi. La partita di calcio domenicale veniva commentata minuto per minuto per tutta la settimana, per non parlare degli incontri/scontri delle squadre dell’isola.

Nel locale prendevano vita tutte le manifestazioni del paese. Si faceva politica, si organizzavano comitati per la festa patronale, la sera i gruppi di ragazzi erano talmente numerosi che anche la strada antistante il negozio era gremita.

Fra questi c’erano studenti che frequentavano il nautico perché gli indirizzi scolastici erano limitati. C’era l’Istituto nautico a Procida e il liceo classico a Ischia. Per altri indirizzi ci si doveva spostare in terraferma. Le disponibilità economiche scarseggiavano e parecchi andavano in seminario per studiare. Totonno e i suoi fratelli erano fra i pochi ragazzi del paese ad aver studiato.  Aveva conseguito la maturità magistrale ed era molto bravo a comporre poesie e a scrivere, fino a diventare “don Antonio” da grande.

Uomo di cultura, anziché insegnare è stato sempre dietro al banco dell’attività di famiglia. Per la scomparsa prematura di un giovane o di una personalità del posto, veniva chiamato Totonno anche per “tenere un discorso” o un panegirico in ricorrenze speciali. Molte persone si recavano da lui per farsi scrivere lettere importanti o semplici lettere di corrispondenza fra familiari anziani e figli che navigavano o vivevano all’estero.

Il negozio, oltre al sale e tabacchi, vendeva l’occorrente per la scuola: proprio da lui, noi ragazzi di Lacco acquistavamo le prime penne “biro” il cui inchiostro puntualmente col caldo fuoriusciva dall’astuccio e imbrattava quaderni, libri e anche i pochi cenci che indossavamo.

Anche Vincenzo, mio cugino, meglio conosciuto come “wagnel” aquistava i pennini da Totonno. Già piccolissimo sprizzava simpatia da tutti i pori anche perchè era molto minuto. Un pomeriggio, uscito dal doposcuola, entrò nel negozio e fu subito circondato dai ragazzi più grandi. In un battibaleno lo alzarono di peso sul bancone e gli intimarono di recitare la poesia “Pianto antico” di Giosuè Carducci che lui conosceva bene. Come contropartita, Vincenzo chiese uno dei cartoni che stavano dietro al banco. Appena recitata la poesia saltò giù, afferrò un pacco vuoto che aveva adocchiato e scappò via. Con sua grande sorpresa trovò nel contenitore dei soldi di carta strappati e delle monete. Felice della buona sorte, corse a casa e senza farsi vedere dai familiari andò a nascondere lo scatolo fra “i pennicill”. Non stava nei suoi panni, aveva i soldi per comperare i colori più belli e caramelle a volontà. Un giorno, tornato dalla scuola, andò dietro la casa per recuperare qualche soldo dal cartone che purtroppo era sparito. Il povero Vincenzo, non trovando il pacco, rimosse tutti “e pennecill” ma senza alcun risultato utile. Qualcuno, accortosi della disponibilità di soldi che aveva, gli aveva fregato la scatola.

Totonno, dalla sua postazione, ammirava tutte le ragazze che passavano per strada e dovevano necessariamente transitare davanti al negozio, specialmente le ragazze di Mezzavia. Lui era galante con tutte, ad ognuna dedicava una poesia. Le ragazze erano attratte perché, oltre ai versi di Totonno, erano stimolate dagli sguardi d’ammirazione dei giovanotti del posto sempre numerosi nel locale.

Oltre a tornei di calcio, in “tabaccheria” si organizzava anche teatro e Totonno era bravissimo anche come attore.

Nel palazzo scolastico Principe di Piemonte ogni anno il 21 novembre si svolgeva la festa dell’albero. Si piantava un albero in un’aiuola che si trovava alle spalle dell’edificio. Questo momento era molto sentito dai ragazzi. Di fianco all’aiuola c’era un padiglione che fungeva da palestra coperta: in questa sala Totonno col suo gruppo di amici facevano teatro. Una scena rimasta impressa nella mente di tutti i lacchesi era quella in cui doveva improvvisare una caduta gridando con una mano alla nuca: l’occipite!…l’occipite…! La scena fu talmente realistica che la parola “occipite” entrò nell’uso comune. Fino ad allora nessun in paese conosceva quella parola, né il significato di essa.

Uno dei personaggi indimenticabili per interpretare le macchiette era Peppino “e sciusciell” che aveva un accento nasale. Quando appariva lui sulla scena il pubblico andava in delirio. Ancora oggi viene ricordato per l’esilarante macchietta “a cing pezz” e “chi è che bussa al mio convento”. L’affluenza di pubblico era talmente numerosa che i posti a sedere non bastavano più, molti restavano all’impiedi.

La preoccupazione maggiore da parte di Fraticelli, proprietario del cinema Italia a Casamicciola, era che ogni domenica vedeva diminuire il flusso di pubblico. Oltre agli spettatori lacchesi cominciavano a venir meno anche quelli di Casamicciola. Allora una banda di “disturbatori” provenienti da Casamicciola si presentava alla palestra della scuola di domenica.

Molto spesso, durante lo svolgimento dello spettacolo teatrale, questo gruppo cominciava a dar fastidio e a interrompere lo spettacolo con critiche ed epiteti volgari verso gli attori. Puntualmente questi scendevano dal palcoscenico per darsele di santa ragione con gli intrusi. Uno spettacolo previsto nello spettacolo. Così si concludeva la commedia!

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