Guai a disobbedire

Il padre aveva raccomandato a Totore di andare alla casa di Ninetta, al Fango, prendere una scatola e portarla a Montevico, al cimitero e consegnarla nelle mani di “mastu Papell”. Andare a piedi, arrampicarsi fin lassù, al Fango, da solo, Totore non ne aveva voglia allora chiamò il suo amico “Siluccio” per farsi accompagnare. I due, dalla Marina, s’incamminarono attraverso via Rosario fin su passando dalla chiesa dell’Assunta. Recarsi da un rione all’altro, all’epoca, non era facile perché c’erano sempre i ragazzi del rione acquattati dietro un muro o una baracca che t’avrebbero scaricato una sassaiola inaspettata, specialmente se c’era un conto da regolare fra bande opposte. Totore aveva una mira infallibile e girava sempre con la sua fionda, i ragazzi del quartiere lo conoscevano e si mantenevano lontano anche perché era forte e robusto; se poi avesse incontrato uno di loro in giro per la Marina l’avrebbe gonfiato di botte. Per questo motivo Siluccio non aveva niente da temere fino a quando stava in sua compagnia. Dopo aver attraversato lo slargo della chiesa dell’Assunta, la salita sarebbe stata più tranquilla. Era primo pomeriggio e il sole era al suo apice nel cielo. Così i due si rilassarono un poco vicino ad un arbusto di more, che erano già mature. Arrivati al Fango si recarono a destinazione, oltrepassarono il cancello e si avviarono lungo il viale verso la casa dove trovarono Ninetta che li attendeva. Li fece sedere e porse loro una scodella piena di prugne e albicocche da poco raccolte nell’orto davanti alla casa e una brocca d’acqua fresca, appena attinta dal pozzo. Siluccio nel giro di poco tempo, pulì il recipiente contenente la frutta. Con modi sbrigativi, la donna consegnò a Totore una scatola avvolta in parte in un pezzo di carta blu che era servita come custodia di spaghetti e un corda stinta che era un residuo di fune per stendere i panni per tenerne fermo il coperchio. La corda non aderiva bene e ogni tanto si allentava scendendo lateralmente dai bordi della scatola. Al ritorno, Siluccio insisteva di raggiungere il centro del paese per la strada più breve che sbucava direttamente alla Marina. Riprendere la strada che passava per via Rosario non aveva senso, era più lunga e meno sicura a causa dei bellicosi coetanei. Totore fu irremovibile: il motivo di quella decisione lo conosceva solo lui. Qualche mese prima era capitato un avvenimento poco piacevole. Era l’inizio del mese di maggio, un poco prima dei festeggiamenti della Santa Patrona di Lacco Ameno che ricorre il 17 maggio. Lungo la strada che portava alla località Fango esisteva un grande appezzamento di terreno con filari di fave di una qualità speciale e il proprietario lasciava i baccelli sulle piante senza raccoglierli. Li teneva sulla pianta un po’ più a lungo per seccarli al sole e fare provvista per l’inverno. Una volta i ragazzi della marina, altre volte quelli di altri rioni andavano a fare il “menale” (mangiata di contrabbando) in questo terreno. Capitò che Totore si trovava a raccogliere l’erba per i conigli proprio nella suddetta proprietà, con sé aveva una sacchetta di Juta che adoperava per riempirla d’erba. Mentre era intento a raccogliere, apparve il proprietario che gl’intimò di fargli vedere cosa aveva nel sacco altrimenti l’avrebbe sparato. Totore invece buttò il sacco al di là del muro e cercò di svignarsela scavalcandolo. In quel preciso momento, mentre era ancora curvo, don Umberto sparò un colpo col suo fucile a pallettoni caricato con una cartuccia colma di sale grosso, colpendo il malcapitato in pieno sedere. Il dolore fu terribile e lancinante, dovette faticare non poco per arrivare a casa. La povera mamma dovette estrarre ogni singolo pezzo con una pinzetta disinfettata sul fuoco. Il bruciore e il dolore fu enorme e Totore lo ricordava ancora. Per questo motivo voleva evitare a tutti i costi di passare davanti a quella proprietà.Ormai i due amici erano arrivati giù al paese e avevano intrapreso l’altra salita che li portava alla meta. Il cimitero sorgeva sulla punta estrema di Montevico, a picco sul mare, nella torre saracena usata dagli abitanti come rifugio durante le invasioni dei Turchi. Arrivati alla località “Preta chiana”, Siluccio, che aveva mangiato velocemente tutte le prugne offerte da Ninetta, ebbe un irrefrenabile stimolo di andar di corpo. Dopo di lui anche Totore dovette assolvere allo stesso bisogno. La scatola era adagiata sul bordo del muretto della strada, Siluccio moriva dalla voglia di togliere il coperchio per vedere cosa ci fosse dentro di tanto importante. La carta blu della pasta subito scivolò via e ci volle poco per spostare la fune che teneva il coperchio fermo. Con un piccolo movimento la scatola si aprì facilmente e Siluccio bianco dall’emozione e dalla paura emise un grido di spavento: “u murticiell…..! u murticiell….!” In un baleno fu nel centro del paese. Totore chiuse di nuovo il pacco e lo portò correndo, giusto in tempo, da “Papell” che stava per chiudere il cimitero.

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