E’ carnevale e ogni scherzo vale!!!

Il Carnevale della nostra infanzia era molto semplice e divertente. Consisteva nel travestirsi con qualche “petaccia” vecchia che in famiglia non veniva più utilizzata, oppure con qualche lenzuolo malconcio o vestito dismesso. Per truccarci si adoperava un tappo di sughero bruciato sulla fiamma di una candela. Era l’ideale per disegnare baffi e barba. In seguito, alcuni dei miei amici di sempre, la sera d’inverno, si riunivano per una partitella a carte al bar Florenzo. Ormai ero all’estero, in giro per l’Europa. “I nostri quattro amici al bar”, stanchi della monotonia di serate tutte eguali, incominciarono a fantasticare per cercare di movimentare un poco la vita del dormiente paesino di Lacco Ameno. Decisero, quasi per gioco, di organizzare una memorabile festa di Carnevale. L’idea piacque al dinamico Giannino Monti, frequentatore del bar che, quando c’era da realizzare qualcosa, era sempre in prima linea. Un vento nuovo soffiava su Lacco Ameno e il resto dell’isola: c’era un grosso fermento artistico e sportivo. Rizzoli aveva regalato un campo sportivo a Forio. Nacquero club sportivi in tutta l’isola. Si formavano nuove compagnie teatrali. Ragazzi spinti dalla moda del momento creavano gruppi musicali. Il comm. Angelo Rizzoli fece arrivare un maestro di musica. Nei locali vicino al garage del Regina Isabella si raccoglievano iscrizioni per chi volesse imparare, gratuitamente, a suonare uno strumento musicale e far parte della banda locale. Ormai i tempi erano maturi e l’intraprendente organizzatore Giannino Monti, collaborato dai giovani, s’impegnarono intorno al progetto. Realizzarono un Carnevale memorabile nella piazza di Lacco Ameno con carri allegorici che arrivavano da tutta l’isola. Presidente del comitato organizzativo era il Principe Pignatelli che faceva parte dell’entourage del Commendatore Rizzoli. Fu solo l’inizio, ce ne furono ancora tanti con grosso successo d’affluenza di pubblico! La comunità partecipò tutta a realizzare con entusiasmo i carri. La manifestazione ebbe uno stop forzato a causa dello scoppio della “guerra del Golfo”. Ricordo quel periodo perché ero il presidente del comitato per l’organizzazione della festa. Quell’anno, anziché i carri, si videro elicotteri da guerra sorvolare lo “Scoglio”. Gli scaffali dei supermercati si svuotarono per la paura di un conflitto, con grossa soddisfazione dei negozianti che assistettero compiaciuti all’esaurimento veloce di tutte le scorte. Differente dal carnevale di Lacco era quello di Forio che si teneva nel rione di Monterone. Se quello di Lacco era rivolto alla competizione e creatività e ricercatezza delle maschere, quello di Monterone era più verace, più spontaneo. Questo rione era il più colorito e genuino del comune di Forio. Era popolato da contadini e braccianti che per un giorno dell’anno erano i protagonisti: “Una volta all’anno si può impazzire” dicevano i Latini !Un pupazzo con un grosso cappello a cilindro nero veniva portato in processione da Monterone fino alla piazza della sede municipale, al Soccorso. Il corteo era formato da maschere e una sgangherata banda musicale dotata di strumenti improvvisati: bidoni di latta, coperchi, “scetavajasse”, “putipù” e “triccheballacche”. Il corteo era accompagnato da un pubblico di maschere con costumi raffazzonati: spiccavano uomini travestiti da donne con seni trasbordanti e sederi giganteschi che abbordavano le persone più discrete e schive assalendole con proposte indecenti. Masnade di giovinastri si rincorrevano e si bastonavano per aver ricevuto insulti e appellativi irripetibili.La folla si scatenava perché era tutto consentito!Dopo il giro per le strade principali del paese, il corteo ritornava nella piazzetta di Monterone dove fra imprecazioni, canti e schiamazzi dei partecipanti veniva dato luogo alle gare fra i convenuti. Le più divertenti erano quelle che premiavano chi mangiava, senza l’aiuto delle mani, più polpette insaporite con abbondante salsa di pomodoro. Il Professore Luigi Polito recitava le sue “gags” in dialetto foriano, applaudito dalle risate degli astanti. In altre postazioni c’erano i divoratori di spaghetti che, sempre con le mani tenute dietro la schiena, dovevano mangiare la pasta che galleggiava nella salsa rossa. Era divertimento puro sia per il pubblico che per i concorrenti che diventavano rossi per il viso imbrattato di salsa. Si scommetteva sul vincitore da una folla euforica. Alla fine della serata veniva bruciato il pupazzo con le faville che volavano per la piazza e nelle parrucche degli astanti. Il fuoco e l’allegria avevano riscaldato gli animi della compagnia. Il vino scorreva a fiumi e l’eccitazione e lo spasso erano assicurati: tutti paghi per un anno intero! Il giorno dopo Carnevale si appendeva fuori ad ogni balcone un pupazzo simboleggiante “Quaraiesima” con una patata all’estremità inferiore in cui erano infilate sette penne di gallina. Le penne indicavano le sette settimane di penitenza prima dell’avvento della Santa Pasqua!

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