Correva l’anno 1953

Grazie a Elena Fracasso per la foto

Il cimitero di Lacco, con l’antica torre, gli alberi di cipressi enormi rendevano il posto austero e scuro allo stesso tempo. In paese non esistevano negozi di fiori, i più fortunati che avevano un giardino riuscivano a coltivare dei crisantemi di colore bianco o giallo con petali bruciati dalla salsedine. Erano gli unici fiori che sbocciavano ancora ai primi di novembre o c’era qualche residuo di fiori chiamati settembrini, celesti o bianchi, o altri ancora chiamati fiocchi di cardinale che erano di colore rosso intenso. Con i miei coetanei andavamo nei boschi per raccogliere dei rami di mortella o di pungitopo per addobbare le nicchie dei parenti che giacevano proprio nella torre, al piano superiore. Le pareti della torre, sia esterne che interne, erano piene di nicchie, tutte uguali, di marmo. Quelle interne erano diventate grigie per il fumo prodotto dalle candele che producevano calore e un odore stantìo. Tutte le donne erano vestite di scuro; in occasione della perdita di un congiunto si vestivano completamente di nero. Più era stretto il grado di parentela del defunto, più a lungo durava il lutto. La veduta dalle finestre della torre era molto bella, tutte guardavano il mare.Le scale che portavano al piano superiore della torre erano sconnesse e buie, non c’era luce. Lungo il muro c’era un passamano di legno che oltre che da guida faceva anche da sostegno, si doveva fare attenzione a dove mettere i piedi. Nel salire si sentiva il brusio e la cantilena delle voci di mia madre e delle sue amiche che recitavano il rosario sedute su banchi sgangherati di legno sistemati in mezzo allo stanzone del piano superiore. Su quei banchi non mi ci sedevo perché si diceva che appoggiassero le ossa dei morti per farle asciugare. Nella mia mente quello stanzone dava l’impressione di un’anticamera del Purgatorio. Il 2 novembre mia madre e le altre donne si recavano al cimitero già dalla tarda mattinata. Facevano compagnia ai morti recitando lunghi rosari fino a che non venivano benedette le tombe. La mattina salivamo, a piedi, anche noi ragazzi a Montevico, scendevamo per mangiare a mezzogiorno e poi si saliva di nuovo e restavamo fino al passaggio del parroco. Per tutta la giornata eravamo liberi di girare per il cimitero ma al momento della benedizione dovevamo stare in compagnia della famiglia vicino alla tomba dei nostri cari. Ogni qualvolta don Pietro veniva a benedire le nicchie dei defunti al primo piano della torre non mancava di indicarci l’angolo in cui i nostri antenati accendevano il fuoco per segnalare alla popolazione l’avvistamento di qualche imbarcazione nemica, con paglia bagnata che produceva fumo bianco. I lumini e le candele di colore bianco di tutte le grandezze abbondavano intorno alle tombe. Facevamo il giro del cimitero per raccogliere la cera liquida (era la nostra plastilina) ancora calda che si formava. Con essa modellavamo vari oggetti a forma di martello, di palla; tante volte ricostruivamo delle candele artigianali da mettere sulla tomba di qualche nostro compagno di gioco morto in tenera età. Di fianco, al lato sinistro dell’ingresso della torre c’era uno spazio riservato alle tombe dei bambini che non avevano mai visto la luce. Erano molti i neonati che morivano prematuramente a quell’epoca! Mia madre mi spiegava che quella schiera di bambini morti erano angioletti che ci proteggevano per tutta la vita. Anche io avevo il mio Angelo custode che vide la luce ma morì dopo pochi giorni, si chiamava Peppino e quando nacqui mia madre mi diede il suo nome in ricordo. In effetti il mio Angelo è stato ed è ancora a fianco a me!

All’ingresso del cimitero, a destra, c’era una tomba abbandonata, senza fiori o candele, solo una croce di legno malandato consumata dalla pioggia e dalla salsedine. Ogni ragazzo provava terrore quando passava vicino a quel cumulo di terra appartato perché nessun parente voleva seppellire un suo caro là vicino: era la tomba dove era sepolta la “Dama nera” .Il corpo senza vita di questa donna fu trovato in località “sott’ sarangel” a Lacco Ameno. E’ una storia molto confusa e triste. Si raccontava che questa signora doveva incontrare o si incontrò con un uomo di cui non si conobbe mai l’identità. Fu un giallo che appassionò tutta l’Italia, la morte è rimasta avvolta nel mistero e creò tanto scalpore nella tranquilla comunità dell’isola. Anche la spiaggia dove fu trovata la salma non fu più frequentata dalle persone del posto. Gli abiti di questa donna sono stati conservati per un lungo periodo in una scatola presso il Comune. Mai nessuno li ha reclamati né tanto meno furono ritrovati la borsa e la piccola valigia che la signora aveva con sé. Il mistero della Dama Nera è ancora fitto, correva l’anno 1953.

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