L’uomo e il mare

Anche d’inverno il mare ci regalava spunti per i nostri passatempi. Nel periodo di febbraio in riva al mare si trovavano gli ossi di seppia che ci servivano per pulire i pennini usati da noi tutti per scrivere che, col tempo, si incrostavano d’inchiostro. Anche gli uccelli li trovavano utili per pulirsi il becco. Vicino ad ogni gabbia di uccelli c’era un osso di seppia. In terraferma, lungo il litorale domizio, Mondragone, c’erano fabbriche conserviere che lavoravano la frutta per ottenerne il succo oppure confezioni di marmellata. D’inverno, dopo un lungo periodo, il mare portava a riva i noccioli che provenivano dai frutti lavorati dalle piccole industrie. Facevamo gli stessi castelletti che durante il periodo natalizio usavamo fare con le nocciole. Si trovavano pezzi di mattonelle molto resistenti modellati e ben levigati. Li usavamo al posto delle bocce che all’epoca erano di legno e costavano parecchio. Quando il mare era grosso capitava che “stracquassero” totani e calamari a riva. Andare sulle spiagge era sempre eccitante perché arrivava sempre qualcosa che per noi ragazzi significava tanto: pezzi di rete, sughero con cui adornare il presepe, oggetti strani, anche l’inverno aveva il suo fascino!

Abitavo proprio sul mare, una delle case più antiche di Lacco, appattenuta ai miei avi, in via Roma, di fronte al Fungo. La mia stanzetta aveva una finestra che s’affacciava direttamente sulla spiaggia. Quando c’era la tramontana il vento soffiava attraverso le imposte. Mia madre cuciva dei sacchetti riempiendoli di sabbia per eliminare gli spifferi. Mi copriva oltre che con la coperta imbottita, di colore rosso da un lato e giallo oro dall’altro, con dei pesantissimi cappotti americani che zio Giuseppe ci mandava dall’America. Di notte, nonostante il freddo, mi alzavo e aprivo gli scuri della finestra per ammirare il mare che mi affascinava e spaventava nello stesso tempo, quando era molto agitato. C’era il buio assoluto, le onde s’infrangevano con violenza contro il muro che separava la spiaggia dalla strada e dalla casa, sembrava volessero sgretolare l’intero palazzo. Il boato che producevano i marosi era cavernoso come l’urlo di un mostro. La salsedine arrivava fin vicino ai vetri della mia finestra che si trovava al terzo piano, gli spruzzi m’impedivano la vista completa. Il Fungo sembrava più vicino alla riva. Le onde, prima d’infrangersi, creavano un mulinello intorno allo scoglio, come se lo volessero sradicare, l’investivano e proseguivano fino alla riva. La strada di via Roma veniva invasa dall’acqua che arrivava fin all’inizio delle scale.
Al mattino quando dovevamo scendere per andare a scuola, contavamo le onde. Dopo la terza potevamo scendere perché la furia di esse scemava momentaneamente, per poi riprendere forza. Lo spettacolo era troppo bello ed entusiasmante. Negli anni quest’emozione è venuta a mancare perché, ingrandendosi il paese con case e negozi, è stato necessario proteggere la strada con delle scogliere. I danni a volte erano ingenti per un paese con poche risorse: le barche tirate a secco venivano sbattute contro il muro di separazione dalla strada con grave danno per i proprietari.

Una mattina mentre andavamo a scuola c’erano capannelli di persone in mezzo allo spiazzo davanti al molo. Alcune piangevano, altre si lamentavano sommessamente per la sciagura capitata ai loro parenti.
Due fratelli, a sera tardi, visto le cattive condizione del tempo, pensarono di portare la nuova barca in salvo nel porto d’Ischia. Il mare incominciò ad ingrossarsi con onde sempre più violente rendendo il tragitto verso il porto sempre più difficoltoso. Uno dei due, il più anziano, era più esperto e stava al timone, mentre l’altro più giovane cercava di scaricare l’acqua che entrava copiosa a bordo con tale violenza da invadere il vano motore. Passata la località del Castiglione, il motore si spense. La barca era in balia dei marosi finchè il più giovane dei due riuscì, dopo tanti tentativi, ad avviarlo. Erano poco distanti dalla bocca del porto, stavano a pochi metri dal faro, nel fare la manovra per entrare, un’onda fece sbilanciare la barca che sbandò. Il più giovane invocò il fratello di tenere forte il timone per non finire sugli scogli ma, nel girarsi a poppa, con terrore e sgomento si accorse che il fratello non c’era più. Urlò disperatamente il suo nome senza ottenere risposta, correndo da poppa e prua come un cane impazzito. Non c’era nemmeno l’ombra del fratello, ormai la forza delle onde l’aveva risucchiato. La barca stava per schiantarsi sugli scogli. All’improvviso sentì come una forza oscura, la mano di un Angelo o dello stesso fratello, sospingere la barca nel porto: la salvazione!
Il rifugio l’accolse ormai esausto, svuotato, senza forza e senza lacrime. Il sopravvissuto era già un tipo riservato, la perdita del fratello lo segnò per il resto della vita. Diventò ancora più taciturno e schivo fino alla fine dei suoi giorni! www.peppinodesiano.it

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