La sposa più bella d’America

Ogni anno puntuali, dopo la vendemmia, arrivavano le donne da Barano o da Buonopane con in testa enormi mazzi di paglia che le donne di Lacco avrebbero usato per ricavarne vari tipi di oggetti, rivenduti specialmente in costiera amalfitana o a Capri. Come arrivava il mese di ottobre le donne scendevano a piedi attraverso dei sentieri dall’Epomeo fino al Maio, Sentinella, Fango per raggiungere i vari rioni di Mezzavia o rione Ortola con ai piedi scarpe rotte avvolte in sacchi di yuta o pelli di coniglio. Oltre a vendere la paglia vendevano conigli, polli e verdure. Il lavoro della paglia aiutava le donne di Lacco a far quadrare lo scarno bilancio familiare, anche le ragazze giovanissime erano impegnate in questo tipo di occupazione. La paglia veniva prima pulita (annettata) in fili che raggiungevano un metro circa di lunghezza, raggruppati poi in mazzi legati con gli stessi fili. Venivano sistemati sulla parete dei “cufnaturi” (vasi di coccio); quando il vaso era pieno si accendeva una manciata di zolfo all’interno, si copriva il tutto con un panno leggero e dopo mezz’ora la paglia era sbiancata e pronta. A questo punto essa veniva bagnata per renderla più flessibile e le abili mani delle donne la trasformavano in cordoni di varie forme, a treccia o rotondi, con cui si facevano cestini, cappelli, ventagli, borse. Specialmente d’inverno, quando il tempo era rigido e la campagna riposava assieme al vino nelle cantine e il mare era mosso e non permetteva ai pescatori di uscire per la pesca, si viveva dei proventi di questi lavori. Anche le barche della “Tonnara” erano tirate a secco e venivano fatti i lavori di riparazione alle reti e alle barche. Mia madre come tutte le donne di Lacco lavorava la paglia, maggiormente la sera intorno al braciere, la sua specialità era la manifattura di cordoni. Dopo averne confezionato una notevole quantità li consegnava a “Rita” negozio del rione Ortola; in cambio riceveva cotone e stoffa con cui faveva camicette e piccoli capolavori per le mie sorelle che erano giovani e carine. Il lavoro artigianale della paglia impegnava tutti i componenti di una famiglia, dal più piccolo al più grande. Mia cugina Rosa di zio Paolo mi raccontava che, dopo il terremoto del 1883, per far rinascere il commercio ed aiutare gli abitanti del posto, una nobildonna napoletana con altri benefattori crearono una specie di consorzio in un locale chiamato “u barraccone” (attuale Bar Franco, rivendita di giornali e parrucchieria). Qui le donne del posto si riunivano a lavorare e producevano lavori artistici che poi venivano esportati e venduti nel periodo estivo in tutto il territorio nazionale ottenendo persino dei riconoscimenti alle mostre dell’artigianato.

In quegli anni niente si buttava: molte donne conservavano i capelli caduti (persino quelli che rimanevano nei pettini e anche le trecce tagliate alle ragazzine) li lavavano e conservavano per poi essere ceduti a “u’capellar” in cambio di spille, gomitoli di lana, cotone per il cucito, cotone per il ricamo, aghi e oggetti simili. Molte ragazze, a volte per voto, a volte per amore, altre volte per soldi, tagliavano i loro lunghi capelli ricci, lisci, neri, biondi che poi venivano usati per confezionare parrucche.

Un momento di grande fribillazione ed entuasiasmo si creava con l’arrivo del fotografo, perché nessuno possedeva una macchina fotografica. Per i vicoli c’era grande fermento. Tutti si vestivano con gli abiti di festa più belli, le ragazze bellissime, con le gonne larghe e fiorite cucite dalle mamme oppure dalla sarta del paese, si trasformavano per l’occasione. Tante persone, che abitualmente vedevi vestite sempre con gli stessi indumenti, sembravano personaggi di fotoromanzi. Il giardino della famiglia e “Capemort”, con gli innumerevoli vasi da fiori della ceramica Mennella, poggiati su colonne di pietra, accanto a cespugli colorati, a terra, circondati da statue in terracotta o fontanelle di acqua sorgiva, si trasformava in un set cinematografico come quello del grande Federico Fellini. Tutti sceglievano l’angolazione giusta tra i vasi ornamentali. Per le foto ufficiali veniva appesa a una corda nel giardino una coperta fra le meglio conservate che faceva da sfondo. Il fotografo veniva da Napoli, restava più giorni a Lacco Ameno e sull’isola d’Ischia. Faceva fotografie e foto per cartoline illustrate. Quasi tutti gli abitanti dei rioni si facevano immortalare, chi per ricordo, chi per mandarla al genitore che navigava, chi ai parenti lontani. Alcune volte la foto serviva per far conoscere una ragazza ad un figlio di emigranti in America per combinare matrimoni a distanza, dal momento che la famiglia americana preferiva per nuore ragazze del luogo natio. A quell’epoca avvenivano i matrimoni per procura, vigeva ancora la regola “moglie e buoi dei paesi tuoi”. Altri giovani italo-americani venivano a volte in vacanza per prendere moglie, specialmente durante le festività di Santa Restituta. Per il paese si spandeva la voce già in anticipo, allora le mamme preparavano le figlie facendo loro indossare gli abiti più belli e queste si recavano ad assistere al rito della messa delle ore 11,00 alla chiesa di Santa Restituta. Questa messa era una passerella più che un momento di culto. Partire per l’America costituiva “il sogno americano”, col marito si cercava di sfuggire a una realtà misera. Una mia cugina, molto bella, intraprese uno di questi viaggi e si sposò a Brooklyn. Portò con sé l’abito da sposa molto particolare, con un lungo strascico, confezionatole dalla nonna, cugine e ragazze del rione. Prima di recarsi in chiesa fece una foto indossando questo vestito e una parente inviò la foto a un concorso indetto da un famoso giornale americano per “la sposa più bella d’America”. Risultò vincitrice e come premio ottenne un viaggio col marito a Parigi! Ciò consacrò la creatività dell’isola: Carmela è ancora vivente (ultrtanovantenne), l’ho incontrata per la prima volta a Boca Raton, Florida 10 anni fa col nome americano: Dollie! Il nome è veramente meritato!

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