Il viaggio in Svizzera

I miei nuovi amici sardi incominciarono a descrivere la bellezza della loro terra e il dolore per aver lasciato le famiglie con figli piccoli per guadagnare un po’ di soldi. Volevano comperare del terreno per costruire una casa nuova perché il nucleo familiare cresceva. Era la medesima situazione in cui ci trovavamo noi Ischitani. Dopo Firenze un posto si liberò e ci sedemmo a turno. Piano piano c’era gente che scendeva dal treno e altri che salivano, così ci sistemammo tutti e 4 e altri che erano saliti con noi a Napoli ormai diventati amici. Inizialmente i sedili erano confortevoli e accoglienti specialmente per noi che, fin dalla partenza, avevamo trovato un piccolo spazio vicino agli spifferi gelidi della porta e l’odore malsano del bagno. I posti a sedere erano in legno e ben presto incominciammo a dolerci per il troppo caldo, in particolar modo per il sedile che scottava: sembrava d’essere seduti su una graticola. Eravamo costretti ogni tanto ad alzarci e camminare scavalcando persone e cose sparpagliate lungo il corridoio. Chiudere gli occhi per un sonnellino era impossibile perché non si poteva stare seduti a lungo, così ci alternavamo con quelli che erano in piedi. Nella prima mattinata del giorno seguente arrivammo finalmente alla frontiera, se non erro era la città di Briga. Salirono i gendarmi e incominciarono i controlli delle valigie e le domande di rito. Siccome ero sprovvisto di contratto, mi fecero scendere assieme a una moltitudine di connazionali e ci portarono in dei capannoni dove c’erano già altre persone. Mi diede l’impressione d’essere trattati come dei buoi ammassati che dovevano essere contrassegnati con un ferro rovente. Col freddo che faceva in quei capanni avevo il rimpianto di quel sedile surriscaldato del treno.
Dopo aver spiegato il motivo del mio viaggio, mi trasferirono in un’altra stanza da dove telefonarono all’albergo e l’ufficio del personale confermò il mio ingaggio. Mi portarono in un altro padiglione con un freddo pungente, mi fecero spogliare per passare la visita medica. Dopo questo increscioso rituale ci diedero la possibilità di vestirci e recuperare i nostri bagagli. Aspettammo un altro treno per raggiungere ognuno la propria differente destinazione. Così insieme ad altri andai al bar della stazione per prendere un caffè bollente e qualche biscotto. Cercai qualcuno che andasse a Ginevra. Incontrai un ragazzo pugliese che aveva un contratto di lavoro nel mio stesso albergo mentre altri andavano in differenti città della Svizzera. Alcuni come me erano al loro primo viaggio, altri già erano stati precedentemente in altre città elvetiche. La maggior parte di essi lavorava nell’edilizia, venivano sistemati in delle baracche senza riscaldamento e con un minimo d’igiene. I miei nuovi compagni di viaggio mi guardavano come un privilegiato dal momento che avrei occupato un posto di cassiere in un noto albergo di Ginevra senza sapere che avrei guadagnato giusto i soldi per pagare il fitto della casa e del corso di lingua francese.
I nuovi conoscenti raccontavano i disagi che pativano stando lontano dal posto natio, rimanevano per mesi segregati nel villaggio per non sperperare i soldi, mentre a quelli più giovani, che volevano andare qualche sera a settimana in un bar o locale da ballo, capitava che era precluso l’accesso perché italiani.
Appena scesi dal treno a Ginevra mi informai per un bus che andasse nei pressi della nostra destinazione. In Italia pensavo di cavarmela con la lingua francese, una volta sul posto mi accorsi che, con i legamenti che i Ginevrini facevano fra una parola e l’altra, non ci capivo niente. Dopo una mezzoretta di tragitto raggiungemmo la nostra meta. L’hotel si presentò in tutta la sua maestosità: era la costruzione più alta di Ginevra, a pochi passi dal Palazzo dell’ONU. Non sapendo dove fosse l’ingresso per il personale, ci recammo all’entrata principale per chiedere al doorman informazioni. Il mio amico di viaggio si chiamava Antonio, era alto, grosso e chiaro di carnagione, somigliava più a un montanaro svizzero che a un ragazzo meridionale. Appena vedemmo la spettacolarità dell’albergo: scale mobili che salivano senza fermarsi mai, velocissimi ascensori che muovevano un flusso di persone in entrata e in uscita, al piano terra una mostra d’auto luccicanti e modernissime, rimanemmo attoniti da tanta modernità. Ci avvicinammo all’ingresso, come per magia la porta si aprì da sola alla nostra presenza, Antonio diventò tutto rosso fin su la cima dei capelli ed emise un incontrollabile grido di meraviglia come un ululato: UHUHUHUHUHUH!!! Finalmente eravamo arrivati a destinazione, nell’albergo più nuovo della Svizzera: Hotel Intercontinental Geneva della compagnia aerea americana Pan Am!!!!!!!!

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