La mia prima partenza

La mia prima e più importante partenza dall’isola d’Ischia capitò un 11 febbraio e mia madre disse che era un giorno benedetto perchè ricorreva l’apparizione della Madonna di Lourdes. All’inizio i miei genitori erano un po’ preoccupati per me, perché ero giovane e non m’ero mai mosso dall’isola. In giro si raccontava della pericolosità di viaggiare in treno da soli. Molti ragazzi di Lacco Ameno avevano intrapreso un viaggio per andare all’estero e parecchi erano tornati indietro perché durante il tragitto avevano loro derubato il portafoglio o l’orologio oppure le valigie. Altri erano stati malmenati. Altri arrivati a destinazione non s’erano trovati bene e fecero subito ritorno a casa. La mia determinazione ad affrontare il viaggio era molto forte, anche perché una ragazza tedesca che avevo conosciuto a Ischia m’aveva assicurato che c’era per me un’occupazione come cassiere di ristorante in un noto albergo di Ginevra, in Svizzera. La procedura per ottenere un’occupazione all’estero era abbastanza lunga, bisognava attendere il tempo della preparazione del contratto, una volta ricevuto questo per posta, bisognava rispedirlo controfirmato. Preferii partire senza contratto, per non perdere tempo. Mia madre mi comperò mutande lunghe e maglie di lana con maniche lunghe che mise in una delle valigie di cartone usate in passato da mio padre. Diceva che in Svizzera c’era la neve e faceva freddo e mi dovevo proteggere. Mi recai a Napoli per prendere il primo treno per la Svizzera.

Arrivato in stazione c’erano file lunghissime agli sportelli per comperare il biglietto. La stazione ferroviaria per me era un mondo nuovo, mai visto prima tanto fermento: passeggeri frettolosi che correvano carichi di bagagli verso i binari per prendere il treno, altoparlanti che annunciavano in continuazione partenze e arrivi di treni in diverse lingue, treni che arrivavano e scaricavano fiumi di persone. Tutti correvano. Facchini con carrelli che andavano in tutte le direzioni. Tassisti abusivi che ti chiedevano se avevi bisogno di un taxi. Donne che vendevano sigarette “con lo sfizio”, altre con trucco pesante dagli occhi ammiccanti vendevano “l’attesa del treno con lo svago”. Persone che vivevano di espedienti per sbarcare il lunario. In ogni persona vedevo un imbroglione che avrebbe voluto derubarmi di quei pochi soldi che avevo con me. Una volta salito sul treno non c’era posto a sedere, era già pieno. Trovai un po’ di spazio nel corridoio davanti ai bagni, dove c’erano già altri passeggeri. Il treno era stracolmo e popolato da nuclei familiari che si trasferivano al Nord Italia e altri che raggiungevano la Svizzera per lavoro. Sembrava il treno dei deportati! Alcuni di loro parlavano in un dialetto mai sentito prima. Tutti avevano valigie, pacchi e borsoni disseminati dappertutto. Il puzzo di fumo era soffocante, i bagni, già molto usati, spandevano l’odore acre di urina impregnata nel pavimento. Durante il viaggio mi venne voglia di andare in bagno ma, con la paura che mi rubassero la valigia, ci rinunciai. Poco distante da me c’erano due uomini sulla quarantina e un terzo più giovane, accovacciati sulle gambe, con la pelle olivastra e gli occhi piccoli e neri. Da quando ero salito sul treno mi guardavano con sospetto e non mi rivolgevano la parola, parlavano un dialetto a me sconosciuto, ma da qualche reportage sulla Sardegna, visto in TV, sembrava che la loro lingua fosse quella sarda. Il treno aveva lasciato la stazione e ci trovavamo in prossimità della Capitale. A un certo punto le luci del treno divennero più soffuse. Il più anziano dei tre estrasse un coltello, di quelli col manico d’osso bianco con venature grigie, imprecando nella sua lingua. Con quello che avevo sentito al mio paese dai miei compaesani incominciai ad essere assalito dall’insicurezza, da poco c’era stato un sequestro di persona da parte dell’anonima sarda. Trattenni il fiato perché la vescica piena mi bruciava, stava per scoppiare. Anche se il treno era affollato pensai: adesso mi punteranno il coltello in un fianco intimandomi di dar loro i soldi, l’orologio e la collanina. A un certo punto il più giovane del gruppetto iniziò a rovistare in uno dei sacchi che avevano con sè e prese anche lui un coltello col manico più lungo di quello del suo amico e si scambiarono delle espressioni fra di loro bestemmiando come se non trovassero qualcosa. Terrorizzato non sapevo cosa fare: lasciare la valigia e andare verso il corridoio oppure chiudermi nel bagno. Mentre ero tempestato da questi timori, il terzo componente aprì il suo zaino e cacciò fuori una borsa di stoffa nera, poi un’altra ancora da dove faceva bella vista un panno da cucina con una pagnotta traboccante di scarola riccia, pomodori, melanzane e funghi sott’olio. Come se non bastasse nella seconda borsa c’era un “filone di pane nero” di quelli fatti in casa, una “formetta” di formaggio salato e un salame. Adagiò il tutto sopra una delle valigie poggiate sul pavimento ed iniziarono a dividersi la cena. Il più anziano mi porse parte della pagnotta, che accettai di buon grado come liberazione di un tormento che mi perseguitava dall’inizio del viaggio. Mi offrirono del vino rosso e tanto bastò per diventare i migliori amici, come se ci conoscessimo da tanti anni. Anche loro andavano in Svizzera, nel Vallese, per lavoro dove erano già stati qualche anno prima. Il viaggio, anche se scomodo, divenne più rilassante: Italiani brava gente!

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