A mio padre

A mio Padre
Giacinto, Vincenzo, Alfredo, Tommaso, Nicola e Paolo vivevano felici nella loro grande casa in riva al mare. Il padre Giuseppe era in amministrazione nel Comune più piccolo dell’isola, mamma Rosa accudiva la casa. Avevano qualche appezzamento di terreno sparso per il paese di Lacco Ameno e producevano ogni ben di Dio: uva bianca da tavolo e da vino, pomodori, piselli, fagioli, ceci, persino le lenticchie rosse che grazie al terreno sabbioso riuscivano a produrre in grande quantità. La vita si svolgeva fra i campi e le spiagge del paese. I fratellini avevano un asinello chiamato “Gemì” che serviva per il trasporto della legna dalla campagna al paese oppure dalle falde dell’Epomeo alla casa di campagna. I bambini gli erano molti affezionati, a volte montavano in groppa 2 o 3 insieme e Gemì era ben contento di portare quel carico leggero e festoso. I pesi più voluminosi li trasportava “Nerone” il mulo, robusto e possente che viveva nella stalla sopra la località “Pannella”. L’ambiente familiare era idilliaco per questi fratelli che crescevano in mezzo alla natura e fra i resti di quella che fu la villa atavica dove avevano soggiornato re, regine, principi e artisti: la casa alla Pannella ormai ridotta in macerie. La cantina che si trovava nei sotterranei della dimora era stata risparmiata dal disastro del 1883 e quindi la famiglia continuava a sfruttare quell’area. Inoltre il padiglione leggero dove si intrattenevano gli ospiti durante la calura estiva era rimasto intatto e fu trasformato in stalla per Nerone e Gemì. Divisi da una transenna di pali trovavano posto le tre caprette e u’zimbr (caprone), un pollaio ben assortito, un altro scomparto per le oche e tacchini. Per i ragazzi era il paradiso terrestre. Quando non stavano in campagna erano giù al mare nella casa del Capitello che comunicava con la spiaggia per mezzo delle scale. La mamma li controllava attraverso il balcone e la finestra che davano direttamente sulla spiaggia. I più grandicelli con una canna di vimini e del filo avevano costruito una lenza per pescare e una fiocina col ferro per catturare i polpi fra gli scogli antistanti la loro abitazione. L’infanzia procedeva serena. Erano sei fratelli: il più grande di 11 anni e il più piccolo di 14 mesi. Mamma Rosa era di nuovo incinta ed era prossima al lieto evento del settimo fratellino. Arrivato il giorno fatidico la giovane donna partorì un bellissimo bambino a cui diedero il nome di Mario in onore alla Madonna. Qualche ora dopo ci fu una forte emorragia e nel giro di poco tempo la tragedia: Rosa morì lasciando un neonato, più 6 piccoli in tenerissima età nella disperazione di tutta la famiglia. Il padre degli orfanelli dopo poco si risposò e come in tutte le favole la “matrea” (nuova mamma) decise, influenzando il marito, l’allontanamento dei sette fratellini dalla casa paterna. I ragazzini vennero separati e rinchiusi in orfanotrofi sparsi fra il Lazio e la Campania. Soffrirono pene e violenze disumane senza incontrarsi per anni. I più piccoli invocavano in continuazione la mamma morta che venisse loro in soccorso. Mai una carezza, mai più un abbraccio. Una volta isolati nessuno si interessò a loro. Sporadicamente un’anima pia andava a far visita a uno dei bambini mossa da pietà. Delle suore erano addette alla custodia dei piccoli, impietosite cercavano di dare loro conforto ma i bambini a cui badare erano talmente tanti che non ce la facevano a curarli tutti singolarmente. Per molti di questi orfani nel periodo natalizio c’era qualche nonna, zia, parente, vicino di casa che faceva loro visita mentre i nostri 7 fratellini furono dimenticati dalla comunità di cui avevano fatto parte, abbandonati al loro destino. A differenza dalle favole per loro non ci fu nessuna fata a ripagarli del torto subito. In compenso i fratelli ebbero in seguito una vita normale coronata da figli e nipoti superando l’infamia dei loro parenti adulti.

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