Ogni paese ha la sua mascotte

Penso che ogni paese abbia la sua mascotte. Lacco Ameno ne aveva più di una. La più simpatica in assoluto era “Marietta” più o meno coetanea di mia madre, era grossa e portava i capelli lunghi col tuppo. Era informatissima su tutti i matrimoni che stavano per celebrarsi in paese. Appena saputo che c’era in programma un matrimonio andava ad autoinvitarsi e ogni volta che incontrava i futuri sposi ricordava loro sempre il suo invito con la promessa di fare un bel regalo. Nell’organizzazione del banchetto si doveva mettere in conto un taxi e un tavolo esclusivo per Marietta. Il giorno fissato per le nozze Marietta faceva lo sciampo e asciugava i lunghi capelli ricci, molto folti, tutti bianchi al sole. Sia che fosse estate o inverno il posto dove si esponeva ai raggi era sempre lo stesso: al Capitello, sul sedile accanto al Crocefisso. Il giorno prima dello sposalizio si faceva togliere i peli superflui al viso da “Nannina a cecatella”. A volte capitava che c’erano due matrimoni nella stessa giornata e lei si divideva fra l’uno e l’altro per non far dispiacere nessuno. A fine banchetto si doveva preparare un pacchetto colmo di confetti e dolcetti che poi lei distribuiva alle persone del suo rione. Ormai era diventata una consuetudine: non invitare Marietta portava male!
Negli anni ’50 uno sposalizio era un momento importante per la vita del paese. Il tran-tran scorreva lento e la celebrazione era un avvenimento non consueto che creava movimento. Già tempo prima si spandeva la voce dell’evento. Il corteo partiva separatamente dalla casa della sposa e dalla casa dello sposo per arrivare in chiesa. Il promesso arrivava prima come avviene ancora adesso. La differenza consisteva nel fatto che negli anni ‘50 si andava tutti a piedi anche se uno degli sposi abitava nel punto più lontano del paese. Di taxi ce ne erano solo due in paese e uno di essi veniva richiesto solo quando gli sposi partivano per il viaggio di nozze. In tempi ancora precedenti non c’era l’abitudine di andare in viaggio. La coppia, subito dopo il rinfresco, si appartava nel nuovo nido per una settimana, uscivano solo la sera per andare a cena dai genitori. L’uscita ufficiale era la domenica successiva alla cerimonia quando i due partecipavano alla messa solenne nella basilica di Santa Restituta delle ore 11,00. Più tardi, per quelli che seguirono la nuova usanza di trascorrere la luna di miele in viaggio, di solito la destinazione era Roma con visita obbligatoria al Vaticano oppure Pompei. Se la sposa aveva già la “pancia” si andava a Pompei per sposarsi in presenza di pochi intimi. In caso la coppia avesse scarse risorse, Pompei era la meta preferita per dire il fatidico “sì”. A Lacco Ameno, la chiesa dove si officiava l’avvenimento era quella di Santa Restituta. Ore prima che la sposa fosse pronta per uscire in corteo, fuori all’abitazione c’era una piccola folla di bambini che si contendevano il posto migliore per raccogliere i confetti che si lanciavano come augurio alla sposa. Quelli della famiglia erano i più buoni con vere mandorle all’interno accompagnati da fiori o foglie d’arancio che abbondano nell’isola. In commercio esistevano vari tipi di confetti, oltre a quelli ripieni con mandorla, ce n’erano altri più economici. Ma a quell’epoca, per noi bambini, anche quelli di qualità inferiore, molto duri, andavano bene, rappresentavano sempre una leccornia.
Dopo la cerimonia la coppia di sposi conduceva il corteo seguita dagli invitati. Avanti c’erano tutti i bambini del paese e anche persone adulte che aspettavano il lancio dei confetti. Avvenivano vere lotte specialmente fra i più grandi che non esitavano a prendersi a botte mentre noi piccoli avevamo la meglio perché ci infilavamo più facilmente fra le gambe degli sposi e degli invitati. Il gioco divenne più duro quando insieme ai confetti cominciarono ad apparire le monete. Gli scontri erano furibondi fra adulti, sembrava una lotta di sopravvivenza fra cani rabbiosi, la strada diventava un’arena. Mi ricordo di qualcuno che ebbe qualche dente rotto! Bene o male si conoscevano i tipi più sanguigni che venivano facilmente alle mani. Bastava essere guardinghi e sapere aspettare il momento giusto: la strada come scuola di vita!
Dopo la cerimonia gli sposi andavano a casa di uno dei due che aveva una stanza più ampia per ricevere gli invitati. Non c’era l’abitudine di servire un pasto caldo ma si usava offrire fette di pane o pagnottelle sfornate dal forno a legna con dentro l’immancabile formaggio “provolone” o la soppressata, salame, ventresca, prosciutto delicatissimo tagliato a filo di coltello ottenuti dal maiale appositamente cresciuto o acquistato a pezzi in occasione delle future nozze. Un giro di dolci, la torta nuziale con spumante e il rituale giro di confetti concludeva il banchetto nuziale. Tavoli, sedie, piatti ecc. venivano dati in prestito dai vicini. A volte c’era qualche parente che suonava la chitarra o la fisarmonica e allora il divertimento era assicurato e si ballava fino a tardo pomeriggio e l’allegria coinvolgeva tutto il vicinato specialmente se il rito capitava in primavera quando il rinfresco veniva servito all’aperto sotto un pergolato di glicine o di rose. La musica e il buon vino genuino accendeva gli animi dei giovanotti presenti e le ragazze o donne maritate a cui piaceva la musica e il ballo. I ragazzi aspettavano quelle occasioni per sfiorare una donna e in quei momenti di euforia diventavano più audaci, abili ballerini che, come in un sogno, avevano fra le braccia ragazze che non si sarebbero mai lasciate toccare in altre occasioni. In particolar modo quando il suono della fisarmonica accennava un tango, allora il ritmo intrigante coinvolgeva le coppie che, dimentiche del pubblico presente, grazie a un genuino bicchiere di nettare degli dei, si lasciavano trasportare sensualmente dal ritmo galeotto. A questo punto il marito o il fidanzato geloso, nel vedere la sua donna stretta fra le braccia di un altro, andava in escandescenze fra le risate e le urla dei presenti entusiasti dell’inaspettato spettacolo.
Capitava anche il risveglio di amori finiti male a seguito di matrimoni combinati da genitori per svariati interessi. In paese si parlava di una ragazza molto bella e determinata alla quale bastò uno sguardo furtivo di un suo vecchio spasimante, presente fra il pubblico, al momento del sì sopra l’altare, per piantare in asso l’uomo impostole e scappare via, lasciando tutti i presenti sbigottiti. Anche questo capitava all’inizio del ‘900!!!

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