Le pecore scampanellanti

Un altro momento di gioia era verso sera quando arrivava Pasquale, il capraio, con le sue numerose pecore scampanellanti: Ciurella, Ngiulina, Ninnella, Ginetta, Nanninella a’ngazzosa, Ricciulella, Pupatella e via dicendo. Lui raccontava che erano nomi di donne da lui conosciute e a chi per omaggio e a chi per sfregio aveva dedicato il nome a seconda del tipo di pecora. Tutti noi bambini andavamo da lui con 10 lire e una fetta di pane per farci fare una spremuta di latte sul pane; quello di Ricciulella era il più saporito e schiumoso. Vincenzo, piccolo ed agile com’era, riusciva a infiltrarsi e mimetizzarsi fra le pecore e oltre a farsi la sua spremuta gratuitamente si faceva la succhiata a sbafo direttamente dalla pecora. Proprio per la sua audacia era ben voluto da tutti. Anche Pasquale faceva finta di non vedere. Un altro momento eccitante era quando arrivava il camioncino del ghiaccio che approvvigionava la “puteca e Luretina”. Come Giacinto, il conduttore, scendeva le scale delle baracche per consegnare la merce, noi, come topi voraci vicino a un pezzo di formaggio, assalivamo il camioncino. Armati di pietre ci davamo da fare vicino alle forme di ghiaccio per recuperarne un pezzetto per poi farne una granita al limone, inseguiti dalle grida di Giacinto che ci correva dietro.
Proprio all’inizio dell’estate Vincenzo si ammalò e per parecchio tempo non lo vedemmo in giro. Io che passavo più ore con lui che a casa mia ci soffrivo parecchio, per me era come un fratello, quel fratello che non avevo. Lui aveva un fratello e una sorella più piccoli. La mamma gli era morta alla nascita della sua sorellina e quindi l’aveva goduta per poco. Il padre era pescatore presso la “tonnara” e una zia non sposata (zi’Tutina), sorella della madre, li tirava su come poteva. I due più piccoli, al contrario di Vincenzo, erano tranquilli e docili, di poche parole e il rione li aveva un poco adottati. A volte Vincenzo mangiava a casa mia, altre volte andavo da loro: abitavamo così vicini e mi ricordo che a casa sua si mangiava sempre pesce che il padre portava quasi ogni sera. Zi Tutina li sapeva cucinare in tutte le maniere: all’acqua pazza, al sugo di pomodoro e peperoncino oppure lessati pieni di succo di limone, a volte con aceto e per tutta la casa c’era un odore molto forte di menta, d’aglio e di origano. Sembrava che il mangiare da loro fosse più buono del mio. A mia madre lui chiedeva sempre il minestrone fatto di tante verdure e pasta oppure quando mamma faceva i panzarotti lo vedevi arrivare prima che incominciassero a friggere, era una festa!
Quell’estate la salute di Vincenzo vacillò; lui che era il più forte, il più agile, nel giro di poco tempo si ammalò gravemente. Le grida spaventose, disumane arrivavano sopra casa mia e invadevano il rione, la gente si riuniva sotto il portico buio di casa sua che dava sulle baracche. Nessuno sapeva cosa fare. Mia madre e la “Russulella” con la figlia più grande stavano sempre a casa di Vincenzo, mattina e sera, io e le mia sorelle passavamo le giornate dalla famiglia della “Russulella”. La vecchia Caterina e mast’Alamo si spostò, di sera, con tutto il gruppo di preghiera del rione sotto il portico della casa di Vincenzo per la recita del rosario. Il medico, maestoso e barbuto, col bastone, veniva quasi tutti i giorni e penso che anche lui non sapesse cosa fare. Una volta durante la malattia chiesi a mia madre se potevo vedere Vincenzo, dopo tante insistenze mi concesse di entrare presso l’amico insieme a lei. Rimasi atterrito dallo sguardo dei suoi occhi enormi che mi fissavano senza dire una parola. Ne fui così scioccato che durante la malattia non chiesi più di vederlo. Vincenzo gridava, si lamentava, invocava la mamma morta chiamandola mammarella affinché lo venisse a prendere. Per la prima volta sentii parlare delle sanguette che erano specie di vermi neri che gli mettevano sopra le spalle per tirargli il sangue, allora le grida erano ancora più disperate. Una mattina, appena svegliato, mia madre mi disse che Vincenzo, alle prime ore del giorno, se n’era andato in Paradiso dalla mamma. Anche se ci avevano preparati nel dirci che Vincenzo in breve tempo sarebbe tornato dalla mamma, la notizia fu uno shock enorme per tutti i ragazzi del rione perché lui era il più audace, il più combattivo. Mi ricordo che tutte le ragazze col vestito bianco della prima comunione, tantissimi ragazzi più grandi di noi col grembiule scolastico, anche se era estate e le scuole chiuse, tutti si recarono in processione lungo via C. Colombo che è lunga e stretta fino alla chiesa della parrocchia. Le ghirlande erano fatte con fiori di oleandro bianco. L’odore intenso e nauseante di quel giorno d’estate mi ha perseguitato per tantissimi anni. Non partecipai al corteo perchè troppo piccolo ma potevo seguirlo da casa benissimo. Specialmente riuscivo a vedere molto bene la marea di partecipanti arrampicarsi per l’ultimo tratto della salita come un serpente strisciante fin su Montevico. Qui alla vista della bara, il suono della campanella della torre saracena, da cui è ricavato il cimitero, sembrava dicesse: “vientenn che si arrivat”!
Anche l’asino di Ciccione che tornava sopra Mezzavia con quell’aria pacata e lenta sembrava triste e ogni tanto si girava indietro perché non c’era Vincenzo a tenergli la coda. Durante il percorso buttarono dei confetti sulla piccola bara bianca che nessuno raccolse mai… In altri momenti i ragazzi si sarebbero azzuffati per accaparrarseli. In quell’occasione rimasero a terra!

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