La palura di Mezzavia

La palura era gestita in modo efficiente e intensiva dalla famiglia di “P’ppin” e “Filumena”, donna piccola e severa con numerosi figli. Bravissimi erano Alissandr e Lionor che a fine estate andavano per tutti i rioni di Lacco Ameno a spurgare i pozzi neri al grido di “iamm cu a tricofilina”, caricavano sull’asino il contenuto dei pozzetti che non puzzavano come adesso. Come raccontato precedentemente non tutti erano disposti a cedere i resti delle fosse settiche perché molti li adoperavano come concime nel pezzo di terra che coltivavano a vite oppure a ortaggi. Alissandr allevava, coi suoi familiari, anche galline e polli, maiali e conigli. Di concime ne aveva tanto ma mai abbastanza per quanto era il terreno da coltivare. Solo da loro i cavolfiori e le cappucce crescevano rigogliosamente. Le nostre mamme ci dicevano che noi bambini eravamo nati sotto una “cappuccia”. Al ritorno dall’asilo, passando per la palura, indicavamo quella da cui eravamo nati; le cappucce erano verdissime all’esterno e quasi bianche all’interno. I pomodori per l’insalata erano grossi come “cape e criature” ed erano saporiti come prosciutto crudo dolce, diceva P’ppin. Per fare ”e’piennul” i pomodori col pizzo erano i più richiesti perché si conservavano più a lungo; servivano per condire d’inverno le insalate con patate lesse, “scarola terciute”, per il coniglio all’ischitana e mille altri usi. I pomodori detti “ceraselle” venivano usati per fare la salsa da conservare nelle bottiglie. Vincenzo era il più audace di noi tutti, mangiava i pomodori come fossero albicocche e riempiva lo stomaco al ritorno dall’asilo. Anche le melanzane venivano prodotte in grandi quantità e conservate sott’olio. I peperoni rossi, verdi, gialli oltre che a consumarli al momento venivano conservati anch’essi.
In un angolo della palura c’era una noria con un asino legato con assi ad una ruota che girava intorno al pozzo termale. Intorno alla ruota c’erano dei secchi che pescavano l’acqua dalla fonte calda e la versavano in una vasca chiamata “pischera”. Le donne di Mezzavia, col permesso di P’ppin, andavano a lavare i panni nell’acqua calda senza l’uso del sapone. Quest’acqua toglieva veramente le macchie impossibili specialmente quelle di cacca di noi piccoli. A sera, quando l’acqua della pischera s’era raffreddata, P’ppin tramite una canalizzazione da lui architettata inondava tutta la palura, facendo attenzione a che l’acqua non bagnasse le radici degli ortaggi. Quell’acqua successivamente fu utilizzata, per i suoi poteri terapeutici, a curare gli acciacchi dei turisti accorsi sull’isola da tutto il mondo.
Alle palure si approvvigionavano sia le famiglie di Mezzavia che quelle dell’Ortola comprando i pomodori per fare la salsa da conservare. Anche questo lavoro era un rito. Ogni componente della famiglia svolgeva un ruolo. Noi bambini dovevamo portare le bottiglie vuote in riva al mare per pulirle con sabbia e “vriccilli”. Agitando il tutto con l’acqua di mare le impurità presenti nelle bottiglie andavano via. Dove la salsa dell’anno precedente aveva formato delle incrostazioni adoperavamo rami di mirto. Le bottiglie erano preziose perché scarseggiavano: il più delle volte erano bottiglie vuote che mio padre portava in grossi sacchi di juta dalle navi quando sbarcava. Erano di colore verde scuro, rosso intenso, marrone, dalle forme più strane, quadrate, rettangolari, allungate ma tutte robuste e portavano scritte in tutte le lingue. Forse questo è stato l’inizio della mia passione per le lingue straniere: bottiglie di Cointreau, di Porto, Chartreuse, champagne, cognac, whisky, gin, guai a romperne una, erano botte! Anche in queste occasioni Vincenzo metteva in crisi le mie sorelle o altri ragazzi nascondendo le bottiglie e mandandole a fondo lontano dalla riva dove noi piccoli non potevamo andare non sapendo nuotare. In questo caso era qualcuno più grande che le recuperava. Dopo averle lavate tornavamo a casa e le bottiglie venivano risciacquate con acqua dolce e messe a scolare in delle ceste lunghe di legno.
Per strada non avresti trovato mai un secchio rotto, fuori uso: questi recipienti venivano usati per piantare basilico, piperna, maggiorana o rosmarino. Adesso che ci penso non passava il camion della spazzatura, c’era solo uno spazzino che puliva le strade. Ogni baracca aveva davanti all’ingresso “u nanzporta” (porticina di legno davanti all’ingresso per tener lontano gli animali) e montagne di piante aromatiche che venivano bagnate con la poca acqua che era servita a lavarsi la mattina o con l’acqua della pasta. Le piante di basilico erano interrate nei “cufunaturi” (tine di terracotta) fuori uso, ormai irrecuperabili, in orinai di zinco, in cantarielli; tutto veniva riutilizzato. Mai viste zanzare. D’estate tutti dormivano con le finestre o porte aperte, la privacy era protetta da una tenda. Tutti sapevano tutto di tutti. Era una grossa famiglia anche se, come in ogni famiglia che si rispetti, non mancavano “appicichi” e “chiaitamienti”. C’era Vincenzo che a volte creava delle situazioni per far bisticciare due donne, specialmente se sapeva che una delle due era un po’, come si suol dire, un tipo irascibile. Le questioni succedevano sempre d’estate. Nonostante gli insulti e le botte, nel tardo pomeriggio, le donne che al mattino s’erano azzuffate si ritrovavano sui gradoni della casa di Catarina “e mastalamo”, assieme a grandi e piccini per la recita del rosario.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *